Ora che sappiamo che per far riprendere l'economia italiana non possiamo far leva sul tasso di cambio o su altri strumenti tipici della Banca Centrale (perché ormai sono stati delegati alla BCE), che non possiamo aumentare la spesa pubblica o il debito (perché col Pareggio di Bilancio e il Fiscal Compact ci siamo impegnati con l'Europa a ridurre anno per anno il nostro debito pubblico, un impegno esoso che non permette i necessari incrementi di spesa per rimettere in moto l'economia) e visto che le riforme che l'Europa dovrebbe adottare per eliminare o quanto meno ridurre le ampie differenze tra i paesi del Nord e del Sud Europa sono portate avanti con una lentezza esasperante, nonostante i notevoli problemi che caratterizzano i PIIGS (del resto anche se è effettuata tra Stati Membri, invece che tra partiti, sempre di mediazione politica si tratta), resta da capire cosa si può fare per tentare di dare qualche minimo impulso alla ripresa piuttosto che aspettare che USA, Cina e gli altri paesi in via di sviluppo ricomincino ad aumentare le importazioni di prodotti nostrani (come sta lentamente avvenendo).
In un contesto del genere l'UNICA risposta possibile sta nella rimodulazione della spesa pubblica e in un cambiamento nella nostra struttura industriale.
Nei prossimi post quindi partiremo dalla spesa pubblica, andando a vedere argomento per argomento dove agire; daremo in ultima analisi anche uno sguardo alla situazione dell'industria italiana, cercando di capire quali politiche industriali conviene attuare.
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domenica 10 febbraio 2013
domenica 27 gennaio 2013
2) Crescita, PIL e Domanda...come funziona?
Nel precedente intervento abbiamo visto il valore complessivo di tutte le componenti economiche che incidono sulla nostra economia. Ora bisogna capire come funziona il sistema economico in cui viviamo.
Il nostro sistema economico, per vari motivi storico-culturali comuni a molti altri paesi europei, è di stampo capitalistico ma con alcune "attenuazioni" rispetto a quello capitalistico più "puro" (rappresentato da UK e USA), ossia un maggiore intervento pubblico nell'economia e differenziazione marcata nella tassazione (d'ora in poi sistema "capitalistico-attenuato").
Come tutti i sistemi capitalistici però, è basato sulla domanda/consumo, sul debito e sull'apertura al commercio internazionale. L'ultima variabile in particolare è quella che distingue un sistema economico aperto da uno chiuso (pianificazione comunista).
Questi tre fattori si intrecciano l'uno con l'altro determinando una dinamica di sviluppo ma soprattutto favorendo aggiustamenti automatici in casi di squilibrio. Ecco, in estrema sintesi, alcuni dei possibili intrecci:
Tutti questi casi sono accomunati da un costante ripetersi di periodi positivi e periodi negativi, in un unico flusso economico conosciuto dagli economisti come ciclo economico: un'alternanza di recessione-ripresa-crescita-depressione che segue appunto un andamento ciclico più o meno contemporaneo tra i paesi occidentali (UE, UK, USA) e solo recentemente coinvolge anche gli Emergenti (seppur in modi diversi), che riflette l'alto grado di interscambio commerciale tipico della globalizzazione.
L'unico problema è che in caso di crisi di un certo livello, quasi tutti i paesi vengono colpiti poiché fortemente legati tra loro, per cui la fase di "caduta" (recessione) avviene con grande forza, creando grossi problemi ai Governi per via della difficoltà (a livello di tempi) di mettere in piedi politiche economiche atte ad evitare un acuirsi della recessione. Allo stesso modo la fase di boom viene spesso mal gestita, così invece di favorire uno sviluppo più graduale si lascia "correre" l'economia sfruttandone i benefici in termini di maggiori entrate pubbliche.
Il nostro sistema economico, per vari motivi storico-culturali comuni a molti altri paesi europei, è di stampo capitalistico ma con alcune "attenuazioni" rispetto a quello capitalistico più "puro" (rappresentato da UK e USA), ossia un maggiore intervento pubblico nell'economia e differenziazione marcata nella tassazione (d'ora in poi sistema "capitalistico-attenuato").
Come tutti i sistemi capitalistici però, è basato sulla domanda/consumo, sul debito e sull'apertura al commercio internazionale. L'ultima variabile in particolare è quella che distingue un sistema economico aperto da uno chiuso (pianificazione comunista).
Questi tre fattori si intrecciano l'uno con l'altro determinando una dinamica di sviluppo ma soprattutto favorendo aggiustamenti automatici in casi di squilibrio. Ecco, in estrema sintesi, alcuni dei possibili intrecci:
- Caso "da manuale": la domanda dei cittadini per determinati prodotti fa aumentare la produzione industriale, che a sua volta genera maggiore reddito e maggiore occupazione (non solo in un paese); una volta che questa diminuisce o cambia "gusti", l'offerta industriale cala e di conseguenza il reddito e l'occupazione crollano creando crisi più o meno gravi, o più o meno settoriali (cioè non tutta l'economia ma solo il settore agro-alimentare per esempio);
- Caso americano (fino alla crisi del 2009): la domanda dei cittadini è altissima (per motivi culturali) e costante negli anni, ma non bastando i soldi costoro si indebitano fino a livelli record, nel frattempo le imprese producono, l'occupazione aumenta e lo stesso vale per i servizi(*); una volta che l'indebitamento è troppo sproporzionato incominciano le prime difficoltà di pagamento da parte dei cittadini, quindi la domanda cala bruscamente, la produzione di beni e servizi la segue e la disoccupazione aumenta (blocco totale del sistema economico, se non ci fosse stato l'intervento pubblico);
[(*) più l'economia avanza, più i beni e i servizi offerti si differenziano, per cui si passa da una predominanza dell'industria dell'acciaio ad un grande sviluppo delle società di consulenza finanziaria per esempio] - Caso tedesco: la domanda dei cittadini è bassa, ma la produzione industriale è molto sviluppata e di alto livello, il cambio intra-europeo è fisso (per maggiori dettagli visionare i post "Euro o non Euro?") e quindi le esportazioni nette (cioè il saldo positivo di esportazioni meno importazioni) riescono a compensare la mancata spinta della domanda/consumo, garantendo un ottimo livello di occupazione;
- Caso italiano (pre-crisi): la domanda è tutto sommato a livelli normali (con una predominanza di pochi settori di spesa come l'alimentare), la produzione aumenta ma essendo quantitativamente più piccola e meno avanzata tecnologicamente non riesce ad assorbire al meglio (cioè in settori avanzati) i lavoratori disponibili, nel frattempo la spesa pubblica è mal indirizzata e il cambio fisso impedisce di aggiustare la competitività di prezzo;
- Caso giapponese: la domanda è molto bassa, la produzione industriale si concentra sulle esportazioni di alto livello ma non compensa il basso livello di consumo interno, la disoccupazione è più o meno stabile e i Governi ricorrono all'indebitamento (più conveniente per via dei bassi tassi d'interesse) per favorire la crescita o comunque stabilizzare la situazione, nonché ad un basso tasso di cambio per non penalizzare le esportazioni (unica ancora di salvezza).
Tutti questi casi sono accomunati da un costante ripetersi di periodi positivi e periodi negativi, in un unico flusso economico conosciuto dagli economisti come ciclo economico: un'alternanza di recessione-ripresa-crescita-depressione che segue appunto un andamento ciclico più o meno contemporaneo tra i paesi occidentali (UE, UK, USA) e solo recentemente coinvolge anche gli Emergenti (seppur in modi diversi), che riflette l'alto grado di interscambio commerciale tipico della globalizzazione.
L'unico problema è che in caso di crisi di un certo livello, quasi tutti i paesi vengono colpiti poiché fortemente legati tra loro, per cui la fase di "caduta" (recessione) avviene con grande forza, creando grossi problemi ai Governi per via della difficoltà (a livello di tempi) di mettere in piedi politiche economiche atte ad evitare un acuirsi della recessione. Allo stesso modo la fase di boom viene spesso mal gestita, così invece di favorire uno sviluppo più graduale si lascia "correre" l'economia sfruttandone i benefici in termini di maggiori entrate pubbliche.
In casi come questo ci si aspetterebbe che i paesi più capitalistici e quindi meno propensi ad interventi statali nell'economia lascino il tempo al mercato di ritrovare l'equilibrio (secondo i liberisti, fautori del capitalismo puro, se si lascia il mercato libero di agire l'equilibrio verrà ripristinato in un tempo minore rispetto al caso di intervento), viceversa i paesi a capitalismo-attenuato dovrebbero aumentare la spesa pubblica per compensare la diminuzione degli altri tre fattori determinati del PIL (Export, Investimenti, Domanda)...
INVECE NON E' COSI'!!!
Stati Uniti e Regno Unito hanno effettuato interventi di maggiore spesa pubblica (politica fiscale espansiva) e di bassissimi tassi e maggiore immissione di denaro nel sistema da parte delle rispettive Banche Centrali (politica monetaria espansiva), creando la c.d. "fine tuning" consigliata dall'economista Keynes, ossia che se lo Stato spende e la Banca Centrale tiene bassi i tassi o interviene sul mercato per immettere direttamente o indirettamente più soldi si avrà un effetto congiunto ampiamente positivo capace di rimettere in moto l'economia nel breve periodo (tranne in un caso di cui non parlerò).
Viceversa i paesi Euro hanno effettuati interventi di maggiore spesa pubblica sì, ma la BCE ha tenuto i tassi sostanzialmente alti ancora a crisi avanzata (abbassandoli solo con l'arrivo di Draghi) e ha effettuato interventi di supporto all'economia ridicoli in confronto anche solo alla Banca centrale inglese.
Ci siamo dimostrati più liberisti degli anglosassoni stessi, questo per via della costante predominanza della linea tedesca nell'esecutivo della BCE, ossia inflazione bassa uber alles. Per di più i vincoli posti alla spesa pubblica degli Stati Euro sono stati tali da non permettere alcuna eccezione, nonostante la gravità della crisi.
Non è la corruzione o il fatto che i politici usino auto blu per andare a fare la pupù che ha determinato la crisi in cui siamo o che determina le risposte della politica a tale problema, molto semplicemente siamo incastrati tra una pianificazione dall'alto (non immune da conflitti politici al suo interno) che impone determinati vincoli, e una richiesta dal basso (cittadini e imprese) che chiede una qualche misera soluzione o palliativo (anche perché in periodi di crescita o di recessione precedenti la situazione politica era pressoché la stessa, la spesa pubblica era gestita ancora peggio, ma nonostante tutto ce la cavavamo perché non avevamo vincoli così stringenti).
INVECE NON E' COSI'!!!
Stati Uniti e Regno Unito hanno effettuato interventi di maggiore spesa pubblica (politica fiscale espansiva) e di bassissimi tassi e maggiore immissione di denaro nel sistema da parte delle rispettive Banche Centrali (politica monetaria espansiva), creando la c.d. "fine tuning" consigliata dall'economista Keynes, ossia che se lo Stato spende e la Banca Centrale tiene bassi i tassi o interviene sul mercato per immettere direttamente o indirettamente più soldi si avrà un effetto congiunto ampiamente positivo capace di rimettere in moto l'economia nel breve periodo (tranne in un caso di cui non parlerò).
Viceversa i paesi Euro hanno effettuati interventi di maggiore spesa pubblica sì, ma la BCE ha tenuto i tassi sostanzialmente alti ancora a crisi avanzata (abbassandoli solo con l'arrivo di Draghi) e ha effettuato interventi di supporto all'economia ridicoli in confronto anche solo alla Banca centrale inglese.
Ci siamo dimostrati più liberisti degli anglosassoni stessi, questo per via della costante predominanza della linea tedesca nell'esecutivo della BCE, ossia inflazione bassa uber alles. Per di più i vincoli posti alla spesa pubblica degli Stati Euro sono stati tali da non permettere alcuna eccezione, nonostante la gravità della crisi.
Non è la corruzione o il fatto che i politici usino auto blu per andare a fare la pupù che ha determinato la crisi in cui siamo o che determina le risposte della politica a tale problema, molto semplicemente siamo incastrati tra una pianificazione dall'alto (non immune da conflitti politici al suo interno) che impone determinati vincoli, e una richiesta dal basso (cittadini e imprese) che chiede una qualche misera soluzione o palliativo (anche perché in periodi di crescita o di recessione precedenti la situazione politica era pressoché la stessa, la spesa pubblica era gestita ancora peggio, ma nonostante tutto ce la cavavamo perché non avevamo vincoli così stringenti).
sabato 26 gennaio 2013
1) Crescita, PIL e Domanda...che succede?
In questi giorni sono cominciate a circolare le prime "contro-previsioni" sulle stime di crescita del PIL rispetto alla previsione del Governo (effettivamente spesso sovrastimata) per l'anno 2013, elaborata da Confindustria (ma anche da FMI e altri organismi) che vedono l'anno corrente come un altro anno di contrazione (seppur lieve) del PIL.
Tutti sappiamo che siamo in crisi, abbiamo magari anche una vaga idea delle cause e degli sviluppi fino al 2012, ma molto probabilmente avremo un'idea decisamente troppo vaga sui valori fondamentali che caratterizzano il PIL stesso.
Grazie ad un efficace grafico del Sole24ore (questo è l'articolo) ci viene indicato un preciso valore percentuale degli elementi che ogni anno vanno a "formare" il nostro Prodotto Interno Lordo (cioè il valore della "ricchezza" economica di un paese in un anno).
Come si evince dall'articolo il PIL è il valore dei beni e servizi prodotti in un paese in un anno da operatori comunitari e non. E' composto sommariamente da quattro componenti primarie (dati 2011):
[Qui viene spiegato più dettagliatamente i vari modi per identificare il PIL]
Una piccola digressione: è vero che il PIL presenta una misurazione distorta e quasi paradossale per alcuni aspetti, perché tiene conto di valori puramente economici e non anche di altri fattori (come riporta l'articolo), però la storia (presa sempre dall'articolo) per cui "se un edificio viene distrutto da una bomba il PIL cresce due volte perché l'industria delle armi potrà produrne un'altra e l'edificio dovrà essere ricostruito" è un'altra di quelle contestazioni che rientrano nell'ambito delle critiche al sistema capitalistico che è cattivo ecc ecc...
Ipotizziamo un edificio distrutto da una bomba con una vittima:
- il PIL aumenta perché verrà probabilmente fabbricata una bomba in più;
- il PIL aumenta perché l'edificio sarà da ricostruire;
- il PIL aumenta aumenta per via delle spese per il funerale;
- il PIL diminuisce perché la vittima non lavorerà più (o comunque non contribuirà più economicamente)
- il PIL diminuisce perché se in quell'edificio c'era una fabbrica o un'attività di altro tipo questa si blocca del tutto;
In sintesi, alla fine dei conti bisogna vedere se i valori che aumentano compensano quelli che diminuiscono.
In genere non compensano, per il semplice fatto che il contributo derivante dalla ricostruzione sarebbe più lento rispetto al crollo improvviso della produzione nell'edificio, per esempio.
Per di più ci sono molti ostacoli che impediscono un'immediata ripresa in altra forma dell'attività bloccata, tali da peggiorare ulteriormente la dinamica negativa ipotizzata.
Infatti, se estendiamo su larga scala queste considerazioni, notiamo che l'Emilia post-terremoto è stata ampiamente danneggiata economicamente e quindi il suo PIL ne risentirà pienamente, perché è pur vero che ci sono case, capannoni, beni e strade da ricostruire però un'intera zona ha praticamente smesso di produrre in pochi giorni (stesse considerazioni per il Giappone, anche se qui entrano in gioco ulteriori variabili).
Detto ciò, il PIL ha i suoi difetti sul piano della misurazione del benessere, ma è un buon indicatore puramente "economico" (che è quello che statisticamente è più rilevante per le varie misurazioni).
Torniamo ai quattro indicatori
Se questi fattori incidono sulla crescita dell'economia è abbastanza facile intuire perché siamo in crisi in questo momento (tralasciando le cause quindi).
I consumi, ampiamente determinanti, sono scesi parecchio perché ci sono meno soldi;
le imprese non investono perché le aspettative non sono ottimistiche per il futuro (l'articolo indica le tasse prima di tutto, queste sono sicuramente importanti ma molto più determinante è la previsione di ripresa dei mercati e dei consumi, altrimenti pochi saranno incentivati a investire soldi per migliorare la produzione);
la spesa pubblica viene tagliata per via degli obblighi di bilancio;
le importazioni negli ultimi dieci anni sono sempre state superiori alle esportazioni, quindi non hanno contribuito al PIL anzi lo hanno ridotto, solo quest'anno abbiamo avuto il primo avanzo dovuto ad una riduzione dei consumi/importazioni molto consistente (le importazioni che facciamo noi, sono un incremento di PIL per lo Stato da dove provengono).
Tutti sappiamo che siamo in crisi, abbiamo magari anche una vaga idea delle cause e degli sviluppi fino al 2012, ma molto probabilmente avremo un'idea decisamente troppo vaga sui valori fondamentali che caratterizzano il PIL stesso.
Grazie ad un efficace grafico del Sole24ore (questo è l'articolo) ci viene indicato un preciso valore percentuale degli elementi che ogni anno vanno a "formare" il nostro Prodotto Interno Lordo (cioè il valore della "ricchezza" economica di un paese in un anno).
Come si evince dall'articolo il PIL è il valore dei beni e servizi prodotti in un paese in un anno da operatori comunitari e non. E' composto sommariamente da quattro componenti primarie (dati 2011):
- Consumi delle famiglie (60%)
- Investimenti delle imprese (19%)
- Spesa pubblica (20%)
- Esportazioni "nette", cioè se le esportazioni sono maggiori delle importazioni (-1%, perché import è maggiore dell'export)
[Qui viene spiegato più dettagliatamente i vari modi per identificare il PIL]
Una piccola digressione: è vero che il PIL presenta una misurazione distorta e quasi paradossale per alcuni aspetti, perché tiene conto di valori puramente economici e non anche di altri fattori (come riporta l'articolo), però la storia (presa sempre dall'articolo) per cui "se un edificio viene distrutto da una bomba il PIL cresce due volte perché l'industria delle armi potrà produrne un'altra e l'edificio dovrà essere ricostruito" è un'altra di quelle contestazioni che rientrano nell'ambito delle critiche al sistema capitalistico che è cattivo ecc ecc...
Ipotizziamo un edificio distrutto da una bomba con una vittima:
- il PIL aumenta perché verrà probabilmente fabbricata una bomba in più;
- il PIL aumenta perché l'edificio sarà da ricostruire;
- il PIL aumenta aumenta per via delle spese per il funerale;
- il PIL diminuisce perché la vittima non lavorerà più (o comunque non contribuirà più economicamente)
- il PIL diminuisce perché se in quell'edificio c'era una fabbrica o un'attività di altro tipo questa si blocca del tutto;
In sintesi, alla fine dei conti bisogna vedere se i valori che aumentano compensano quelli che diminuiscono.
In genere non compensano, per il semplice fatto che il contributo derivante dalla ricostruzione sarebbe più lento rispetto al crollo improvviso della produzione nell'edificio, per esempio.
Per di più ci sono molti ostacoli che impediscono un'immediata ripresa in altra forma dell'attività bloccata, tali da peggiorare ulteriormente la dinamica negativa ipotizzata.
Infatti, se estendiamo su larga scala queste considerazioni, notiamo che l'Emilia post-terremoto è stata ampiamente danneggiata economicamente e quindi il suo PIL ne risentirà pienamente, perché è pur vero che ci sono case, capannoni, beni e strade da ricostruire però un'intera zona ha praticamente smesso di produrre in pochi giorni (stesse considerazioni per il Giappone, anche se qui entrano in gioco ulteriori variabili).
Detto ciò, il PIL ha i suoi difetti sul piano della misurazione del benessere, ma è un buon indicatore puramente "economico" (che è quello che statisticamente è più rilevante per le varie misurazioni).
Torniamo ai quattro indicatori
Se questi fattori incidono sulla crescita dell'economia è abbastanza facile intuire perché siamo in crisi in questo momento (tralasciando le cause quindi).
I consumi, ampiamente determinanti, sono scesi parecchio perché ci sono meno soldi;
le imprese non investono perché le aspettative non sono ottimistiche per il futuro (l'articolo indica le tasse prima di tutto, queste sono sicuramente importanti ma molto più determinante è la previsione di ripresa dei mercati e dei consumi, altrimenti pochi saranno incentivati a investire soldi per migliorare la produzione);
la spesa pubblica viene tagliata per via degli obblighi di bilancio;
le importazioni negli ultimi dieci anni sono sempre state superiori alle esportazioni, quindi non hanno contribuito al PIL anzi lo hanno ridotto, solo quest'anno abbiamo avuto il primo avanzo dovuto ad una riduzione dei consumi/importazioni molto consistente (le importazioni che facciamo noi, sono un incremento di PIL per lo Stato da dove provengono).
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