Visualizzazione post con etichetta euro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta euro. Mostra tutti i post

sabato 12 gennaio 2013

Euro o non Euro? PARTE III

Premesse della terza parte:
  1. Il coefficiente di trasferimento (pass-through) è l'intensità con cui una variazione del tasso di cambio (di solito una svalutazione) si trasferisce sul prezzo dei beni nazionali: per esempio se in seguito ad una svalutazione del 10% l'inflazione aumenta del 5%, allora il pass-through è dello 0,5 (ovvero 50%)

  2. teoricamente parlando, quando avviene una svalutazione di solito la bilancia commerciale ritorna in positivo (o migliora); eventuali ritardi nell'aggiustamento della stessa possono essere dovuti a tre effetti diversi (Magee, 1973):
    • il currency contract period è quel breve periodo di tempo susseguente alla svalutazione in cui vengono a scadenza i contratti stipulati prima della svalutazione; se molti contratti sono stipulati in valuta estera (nel timore di possibili svalutazioni) allora dopo la svalutazione il valore in valuta nazionale di import ed export aumenterà della stessa percentuale della svalutazione, per cui il deficit aumenterà temporaneamente (perché il valore il valore pre-svalutazione delle importazioni è maggiore di quello delle export).
    • il pass-through period è quel breve periodo successivo alla svalutazione, quando i prezzi possono variare (perché riferiti a contratti stipulati dopo la svalutazione) mentre le quantità rimangono invariate a causa della rigidità della domanda e/o dell'offerta di importazioni ed export (per esempio il prezzo cala in seguito ad una svalutazione, ma poiché la domanda è rigida le quantità importate rimangono le stesse, per cui la bilancia non migliora o peggiora momentaneamente).
    • il quantity adjustment period è quel breve periodo in cui sia i prezzi sia le quantità possono variare, però poiché è possibile che le quantità si aggiustino più lentamente dei prezzi, può capitare che la bilancia peggiori prima di migliorare.

  3. la curva a J descrive il ritardo con cui la bilancia commerciale o la CA migliorano in seguito alla svalutazione; può infatti accadere, anzi, che l'effetto iniziale di una svalutazione sia di rendere più costose le importazioni, mentre l'aumento prospettato delle export avviene con maggiore ritardo (andamento a J perché inizialmente la bilancia peggiora e poi migliora)

  4. il differenziale d'inflazione è la differenza tra il tasso di inflazione di due o più paesi.
    Il differenziale cumulato d'inflazione è la somma totale di tutti i differenziali di inflazione cumulati negli anni tra due paesi (per esempio differenziali tra Germania e Italia pari a 4% nel 2012, 5% nel 2013, 3,3 nel 2014 = 12,3% differenziale totale cumulato). A noi interessa ovviamente quello tra Italia e Germania, appunto.
    Questo è inoltre un modo molto semplice per identificare la perdita di competitività tra due paesi, basti considerare che anche solo un differenziale annuo dell'1%, può portare dopo dieci anni ad un differenziale cumulato del 10%, che si traduce in una costante perdita di competitività (perché comporta aumento dei prezzi nazionali maggiori rispetto all'altro paese considerato), nel caso in cui il cambio tra i due paesi in questione non sia libero/flessibile.

  5. il valore nominale di un obbligazione/titolo di debito è il relazione inversa rispetto al tasso di interesse; cioè se un titolo che vale 1000 e dà interessi del 3% perde valore (poco richiesto sul mercato), per essere più "appetibile" dovrà dare interessi maggiori, ma se ciò non è possibile perché l'interesse non è modificabile, allora il valore nominale diminuirà di conseguenza (è quello che è successo qualche mese con i nostri BTP: essendo considerati rischiosi, i mercati chiedevano interessi maggiori su quelli nuovi, ma nel frattempo quelli già sul mercato diminuivano di valore, non potendo modificare l'interesse).

Se dovessimo uscire dall'Euro...
  • la svalutazione della "nuova lira" sarebbe intorno al 11% (BofA and Merrill Lynch, 2012), oppure del 12% (differenziale di inflazione cumulato); in quest'ultimo caso il valore è quello corrispondente al differenziale cumulato di inflazione tra Italia e Germania.
    Ci sono state ipotesi di svalutazione oltre il 20%, ma questo sembra uno scenario poco attendibile.
  • il coefficiente pass-through italiano è stato stimato intorno al 36% (Goldfajn e Werlang), per cui ipotizzando (per eccesso) una svalutazione del 12%, solo il 36% di tale svalutazione si tradurrebbe in inflazione l'anno successivo; ipotizzando un'inflazione del 2%-2,5% il prossimo anno, il 36% del 12% è uguale al 4,3%, per cui vuol dire che l'inflazione l'anno successivo all'uscita potrebbe essere del 6,8 (2,5+4,3). Si tratta di valori tutto sommato esigui e facilmente controllabili (anche ipotizzandola fino al 9-10% totale) e che sono comunque immaginati nel caso di totale assenza di politiche anti-inflazionistiche (impensabile che il Governo o la Banca Centrale rimangano immobili).
    Un altro studio (Bootle) ipotizza invece una maggiore inflazione del 5% il primo e il secondo anno (non siamo comunque oltre il 10%).
  • se abbiamo svalutato del 12%, vuol dire che quando compriamo da Obama una Focus la paghiamo il 12% in più (semplificando), per esempio se costava 10.000 ora costerà 11.200, ma se compriamo una Panda possiamo ipotizzare che l'inflazione ne abbia spinto il prezzo fino al 7% (è un'ipotesi pessimistica), così se costava 10.000 ora costa 10.700 (tutto sommato accettabile).
  • tutti sono preoccupati dal prezzo della benzina;
    innanzitutto se la benzina, come tutti i beni, aumenta del 7% ipotizzato vuol dire che passa da 1,75 a 1,87 ma ci dimentichiamo che possiamo benissimo sterilizzare in tutto o in parte questo effetto semplicemente riducendo le accise di poco (non dobbiamo dimenticarci delle premesse del post precedente, per cui le maggiori esportazioni portano aumenti di reddito dei residenti che si traducono a loro volta in maggiori entrate fiscali); senza contare che oltre un certo prezzo, la gente, per quanto poco sostituibile la benzina, cercherà ogni possibile "sostituto" al bene costoso in questione (effetto sostituzione), per cui quando si sono sfiorati i due euro e si è capito che non era esattamente un aumento temporaneo, i consumi sono drasticamente calati (pur essendo un bene a domanda rigida, cioè poco sostituibile), finché non si è tornati in zona 1,7-1,75 (semplificando).
  • Non è che le imprese italiane importano tutti i beni necessari a produrre, ma solo una parte di essi, perciò in tal caso è possibile che il costo di questi aumenti del 12% (per esempio ipotizziamo un grosso acquisto di 300.000 che potrebbe aumentare fino a 336.000);
    l'aumento in questione non sarebbe comunque immediato, per cui i costi non aumentano subito del 12% mentre invece per gli acquirenti esteri i prodotti nazionali sono da subito convenienti il 12% in più di prima (il tasso di cambio si modifica da un giorno all'altro o comunque nel breve periodo), perciò le esportazioni e la domanda estera aumenteranno quasi subito, compensando gli eventuali maggiori costi graduali (infatti la storia insegna che, di solito, dopo una svalutazione c'è una ripresa economica)
  • il precedente italiano c'è: nel 1992 la lira si svalutò del 20% in un anno, ma guarda un po' l'inflazione in quel caso addirittura passò dal 5% al 4%, e l'anno successivo cominciò la ripresa economica
  • i tassi d'interesse sul debito non schizzerebbero alle stelle e men che meno la nuova lira sarebbe oggetto di "selvagge speculazioni".
    Questo per il semplice fatto che non stiamo dichiarando default per non pagare il debito, ma stiamo semplicemente svalutando quel tanto che basta per riprendere a crescere; i mercati finanziari sono sregolati e si muovono a gregge, spesso però sono abbastanza razionali (anche se può sembrare strano): per esempio l'Argentina nel 2001 aveva accumulato un differenziale di inflazione con gli USA del 190% circa, così quando svalutò del 232%, i mercati capirono che era in realtà un valore esagerato e i due anni successivi il pesos addirittura si rivalutò! Ovvero i mercati ritenevano che il valore della valuta era troppo basso, PUR ESSENDO FALLITO lo Stato; questo non dimostra che gli operatori finanziari sono belli e buoni, ma solo che ricercando occasioni di profitto sfruttano le incongruenze e le differenze di valore ovunque si presentino (così come nel 1992 Soros speculò contro la lira solo perché aveva un cambio troppo alto rispetto ai fondamentali). Poi se vogliono testare la nostra solidità lo possono benissimo fare, certo le variazioni nei tassi (se ci saranno) non potranno essere sostenute per più di poco tempo (è necessaria una vendita ingente e continua nel tempo di titoli per variarne così tanto il prezzo e l'interesse).
    Ovviamente l'uscita non sarà una passeggiata, tutti saranno preoccupati e in ogni caso nei primi mesi successivi è possibile che gli operatori richiedano tassi d'interesse più alti (ma solo per compensare il fatto che la svalutazione ne ha diminuito il valore, si veda il punto 5) e che lo spread aumenti momentaneamente, per via della portata di tale evento.
  • oltre alle varie crisi inevitabili a cui andremo incontro (e a tutti gli altri problemi delineati nel precedente post), un altro motivo per darsi una mossa è che non potendo svalutare né riuscendo a mantenere un inflazione uniforme (cioè annullare il differenziale), l'unico modo per rimanere competitivi è attuare una "svalutazione" sui salari (così come ha fatto la Germania, vedasi post precedente), cioè ridurli.
    Questo è un fatto economico, cioè se O > D perché i nostri prodotti sono poco competitivi, o noi compriamo solo "roba italiana", altrimenti non potendo variare l'input del tasso di cambio verso la Germania, sarà necessario ridurre il peso del fattore lavoro (o licenzi o abbassi i salari).
    Dopo una decina d'anni di Euro saremmo già tutti a casa disoccupati, secondo questo fatto, ma per fortuna esistono anche altri fattori non di prezzo che ancora tengono un po' su la domanda (per esempio l'interesse per una Ferrari), comunque solo per alcuni settori specifici e che senza le riforme strutturali necessarie non possono gestire adeguatamente la domanda.
  • il costo del mutuo e dei vari prestiti fatti dalle banche ai singoli cittadini/imprenditori NON aumenteranno, cioè un rata di 500 euro diventerà una rata di 500 nuove lire, punto.
    Se proprio andiamo nel particolare, solo un pazzo che ha pensato di stipulare un mutuo in una valuta estera (mutuo in dollari per es.) si vedrebbe aumentata la rata di una percentuale pari alla svalutazione.
    Per quanto riguarda i debiti privati verso l'estero, nel solo caso in cui siano regolati dal diritto estero, questi aumenterebbero inevitabilmente. Non dimentichiamoci però che in seguito all'uscita saremo molto più liberi di concedere crediti (maggiore liquidità delle banche) e avremo ampi margini di movimento in termini di spesa pubblica, per cui tali passività potranno essere meglio gestite (inoltre nel 1992 le passività delle banche italiane erano pressapoco allo stesso livello, ma in seguito alla svalutazione non ci furono bancarotte a catena o cose simili).
  • il debito pubblico italiano quotato non raddoppierà né dovrà essere pagato in euro (tranne nel raro caso in cui sia sottoposto alle norme di legge internazionale), perciò dagli attuali 2000 miliardi circa diventerà 2000 miliardi di nuove lire, punto.
    Attualmente il debito pubblico quotato in mano estera è del 35% circa (sul totale del debito quotato e non), ma questo non cambia nulla, semplicemente succederà quanto esaminato tre punti più in alto, in relazione ai tassi d'interesse.

Come ripetevo già nel primo intervento, l'ideale non sarebbe pensare a tutti i costi ad un'uscita quanto piuttosto tenere tale alternativa lì presente qualora servisse, così da poterla anche pianificare un po' meglio (piuttosto che aspettare di trovarsi coinvolti in un'altra grossa crisi).












venerdì 11 gennaio 2013

Euro o non Euro? PARTE II

Se il precedente post sull'argomento è stato chiaro (soprattutto per quanto riguarda le premesse), non resta che entrare più nel dettaglio per risolvere molti dei dubbi che circondano le possibili correzioni ai problemi di mancata integrazione tra gli Stati dell'Euro.
Della soluzione riguardante riforme strutturali volte a garantire maggiore uniformità ne abbiamo già sinteticamente parlato (ed eventualmente si potrà approfondire più nel dettaglio in un post a parte), mentre l'altra opzione, cioè l'uscita vera e propria, è ancora tutta da esaminare.

Le premesse di questa seconda parte:
  1. L'elasticità, in economia, indica la variazione percentuale di una determinata variabile in seguito alla variazione di un'altra, per esempio l'elasticità della domanda al prezzo indica di quanto varierebbe la domanda in relazione ad un aumento/diminuzione di prezzo:
    • se il prezzo varia del 10% e di conseguenza la domanda aumenta più del 10% allora si dice che la domanda è elastica rispetto al prezzo;
    • se il prezzo varia del 10% e di conseguenza la domanda aumenta meno del 10% allora si dice che la domanda è anelastica/rigida rispetto al prezzo;
    • se il prezzo varia del 10% e di conseguenza la domanda aumenta esattamente del 10% allora si dice che la domanda è ad elasticità unitaria rispetto al prezzo;
  2. La bilancia dei pagamenti (BoP) è il documento contabile che registra le transazioni economiche tra residenti e non residenti (compresi crediti e debiti).
    La sezione più importante di questo documento riguarda il Conto Corrente (d'ora in poi CA), che registra crediti, debiti, export, import, redditi da lavoro (stipendi di chi va a lavorare all'estero, mantenendo la residenza in Italia), redditi da capitale (interessi e dividendi che spettano ai residenti, da parte dei non residenti) e trasferimenti unilaterali (rimesse emigrati, contributi ad organismi internazionali, aiuti finanziari a paesi poveri ecc).
    Volendo ulteriormente specificare, si può delineare all'interno del CA la bilancia commerciale, ovvero esportazioni meno importazioni.
  3. Il debito estero è il debito di tutta la collettività, pubblico e privato, verso qualunque ente o singolo creditore estero (non ha nulla a che vedere col debito pubblico).
    Il debito privato è il debito totale del settore privato (famiglie e imprese) verso residenti e non.
  4. Per "valuation effect" si intende la variazione del tasso di cambio e/o del prezzo che incide su attività e passività finanziarie (in questo caso lo usiamo in relazione alla posizione creditoria o debitoria verso l'estero, ovvero NFA).
  5. (Basi di economia, semplificando al massimo effetti e tempistiche)
    Ipotizzando l'Italia da sola, con la lira e con tasso di cambio flessibile, con D che è la domanda e O l'offerta:
    • se la D estera di nostri prodotti aumenta ---> aumentano le esportazioni, aumenta il reddito nazionale (entrano più soldi dall'estero per pagare le maggiori esportazioni), aumenta/si "apprezza" il tasso di cambio della lira (perché è molto richiesta dall'estero per pagare le merci che l'estero compra) e perciò aumentano piano piano anche le importazioni (perché entrano più soldi che in parte la gente spenderà).
      Tale situazione va avanti finché per via dell'alto tasso di cambio (che dall'estero vuol dire più soldi per pagare gli stessi prodotti) e per via delle maggiori importazioni, i prodotti diventano sempre meno competitivi (meno acquistati) e la CA va in negativo. Quando il tasso di cambio diminuisce/si "svaluta", nel tempo, raggiungendo un punto considerato competitivo, allora si riparte dall'inizio.
    • se la D interna di nostri prodotti aumenta ---> l'unica conseguenza principale è che l'O e i prezzi aumenteranno costantemente finché non sarà più conveniente acquistare i prodotti nazionali (meglio importare) e ci saranno troppi prodotti in circolazione rispetto alla D nazionale. Da qui in poi i prezzi e l'O saranno rimodulati in relazione alle esigenze, nel tempo, finché non si riparte dalla situazione iniziale.


Un'ulteriore premessa dovrebbe riguardare il fatto che io non voglio l'uscita dall'Euro il prima possibile, ma semplicemente voglio dimostrare che tale possibilità è meno problematica di quanto sembri (economicamente parlando, mentre politicamente sarebbe ora impraticabile), nel caso ci fossero nuovi shock  o crisi importanti.

Detto questo andiamo a vedere chi sono i maggiori sostenitori della "pericolosità" dell'Euro:

- Paul Krugman (Premio Nobel nel 2008, apertamente di sinistra) ha sostenuto che l'Unione monetaria, per come è concepita, fa solo gli interessi della Germania (forte paese creditore) e che in questo modo gli altri paesi rischiano di sprofondare in una deflazione sul modello giapponese.

- Rudiger Dornbusch (Ex professore al MIT, allievo di Mundell) ha sostenuto che l'Euro non risolverà i problemi europei, che l'Italia crollerà di nuovo in seguito a tale situazione e che non permettendo la svalutazione agli Stati sarà necessario rendere più flessibile il mercato del lavoro (cioè i salari).

- Martin Feldstein (Professore ad Harvard) ha sostenuto che un unione di questo tipo non potrà che aumentare i conflitti tra gli Stati e che il problema più grave è stato quello di non prevedere una legittima via di uscita.

- Dominik Salvatore (Professore alla Fordham) ha sostenuto che nel caso di uno shock importante, questo provocherebbe una pressione insopportabile all'interno dell'unione, data la scarsa mobilità del lavoro e l'inadeguata redistribuzione fiscale, inoltre ipotizzando una BCE che vuole mantenere a tutti i costi l'inflazione bassa (come prescrive il suo statuto) così da tenere l'euro forte rispetto al dollaro.

- Joseph Stiglitz (Premio Nobel nel 2001) ha sostenuto che se non verrà riformato l'Euro, allora sarà più conveniente tornare alle vecchie monete.

[Questo solo per citare i contributi economici più autorevoli]


Ora non resta che capire cosa indicano i dati, quali sono e se queste differenze esistono e di che ordine e grado sono.
Gli Stati membri della Zona Euro sono 17.
Secondo la stessa Commissione Europea, nella Area Euro, ci sono sostanzialmente quattro paesi in costante surplus di partite correnti (pag. 17 e ss.), ovvero con un Conto Corrente o Bilancia Corrente (CA, si veda sopra) positivo.
Questi quattro paesi sono: Germania, Olanda, Austria e Finlandia (Germania e Austria solo in seguito all'entrata nell'Euro, mentre Finlandia e Olanda già in precedenza); questo vuol dire che questi quattro Stati sono dei cosiddetti "paesi creditori" (surplus del CA significa che i crediti, i redditi di lavoro e di capitale in entrata e le esportazioni, in totale, superano i debiti, i redditi di L e di K in uscita e le importazioni).


Figura 1. Saldo (+/-) annuale delle partite correnti (CA) di alcuni paesi dell'Euro, in miliardi di euro, periodo 1996-2011 (Dati Eurostat)


Come si vede dal grafico, la situazione dei conti con l'estero dei principali paesi dell'Eurozona si è deteriorata con l'entrata nell'Euro (o è comunque via via peggiorata), mentre la Germania (linea rossa) registra un surplus vertiginoso pur partendo da una situazione di disequilibrio peggiore degli altri paesi!

Come si spiega questo?
Normalmente si pensa subito al fatto che magari da quel momento la produzione industriale tedesca è diventata di maggior qualità e di maggior competitività rispetto agli altri paesi.
In realtà che la struttura produttiva sia improvvisamente cambiata o che abbia dal nulla cominciato a produrre di più, non è pensabile per il semplice fatto che si tratta di variabili di medio-lungo periodo! Il fatto che la Germania passi da -35 mld circa nel 2000 a +42mld circa nel 2002 (cioè da ampiamente negativo ad ampiamente positivo in due anni) non può essere giustificato da miglioramenti della tecnica o particolare euforia sui mercati internazionali, perché a quel punto anche paesi più forti come la Francia avrebbero dovuto almeno in parte beneficiarne.

La risposta ce la dà la Commissione Europea (stesse pagine):
la performance tedesca di grande aumento delle esportazioni non può spiegare di per se il grande surplus della CA, perché le maggiori esportazioni avrebbero dovuto portare maggiori guadagni che almeno in parte sarebbero diventati maggiori importazioni (come in Grecia, dove con l'entrata nell'Euro le esportazioni sono aumentate, ma anche le importazioni, senza perciò determinare un miglioramento delle partite correnti CA).

Quale è stata la particolarità della Germania?
Tale surplus è dovuto essenzialmente ad una debolezza della domanda, che non è andata ad incrementare le importazioni, mentre negli otto anni prima l'entrata nell'Euro questa era la componente principale della sua crescita.
La Germania è così diventato un paese ampiamente legato alle esportazioni, più che alla domanda interna.
Inoltre il settore privato e il settore industriale (non finanziario) sono diventati dei prestatori netti (cioè nel totale nazionale, questi due settori, prestavano più di quanto chiedessero a prestito), determinando gran parte del surplus delle partite correnti in questione (CA).
La Commissione ritiene che un tale aggiustamento nel settore industriale tedesco sia stato effettuato nei primi anni 2000 tramite un tagli degli investimenti ma soprattutto una MODERAZIONE SALARIALE, cioè un abbassamento dei salari, il quale per di più è stato MOLTO PIU' PRONUNCIATO che negli altri paesi dell'Eurozona (infatti risulta che la domanda interna sia stata molto bassa, ovvero bassi consumi, ovvero maggiori risparmi, ovvero surplus della CA, tutto torna).

[Sulla stagnazione dei consumi in Germania se ne parla anche in questo paper]

Partendo da una posizione di questo tipo, quando c'è stato il boom dei commerci tra il 2004-2007, la Germania ha potuto beneficiare di maggiori esportazioni, come tutti, ma senza incorrere in un aumento delle importazioni e per di più consolidando le finanze pubbliche per via delle maggiori entrate derivanti dalle esportazioni (il settore pubblico tedesco partiva da una situazione di deficit, entrate minori delle uscite, già dai precedenti anni e solo nel 2007 è riuscito a ritornare in pareggio).

Questo NON VUOL DIRE che la qualità della struttura produttiva tedesca in realtà è solo un mito o che a livello industriale Italia e Germania sono uguali. Semplicemente viene indicato (pag. 23 e ss.) che in Germania la maggiore competitività deriva soprattutto da fattori non correlati col prezzo dei loro prodotti. [In aggiornamento].
Viceversa in Italia il fattore prezzo è determinante, con un ampio grado di elasticità delle esportazioni rispetto al prezzo (maggiore o uguale a 5,5 <*>, in questo studio), per cui la rigidità del cambio (che determina il prezzo da pagare da parte degli esportatori) influisce negativamente sul nostro export.
Perciò un tasso di cambio apprezzato incide molto negativamente sulla competitività dei prodotti italiani, mentre quasi non incide sugli esportatori tedeschi (che al contrario ci guadagnano in termini di maggiore entrate).
Per di più il cambio dell'Euro è sempre stato molto "apprezzato" rispetto al dollaro e alle altre valute, sia perché rispecchia 17 economie totali, sia perché è presente anche la Germania che vanta una quantità di esportazioni impressionante (si veda sopra: >export determina aumento tasso di cambio perché la valuta è molto richiesta ecc).
Lo stesso studio infatti conclude dicendo che solo "un'Euro più debole può salvare l'Euro". A tal proposito si indica nel valore EUR/USD 1,2 ma soprattutto in area 1,1 il valore ideale. Per di più dimostra che alla Germania converrebbe pagare ipoteticamente l'Italia affinché rimanga nell'Euro, perché per lei sarebbe comunque una spesa inferiore a quella conseguente ad una eventuale uscita italiana.

[<*> 5,5 vuol dire che, a parità di inflazione, una diminuzione di prezzo o una svalutazione pari a 1% fa aumentare le esportazioni di 5,5%!]

Abbiamo le conseguenze della rigidità del cambio sulle esportazioni e la tipicità dell'economia e dei consumi tedeschi, ora resta da analizzare alcuni dati riguardanti il debito privato.

Il precedente report della Commissione (pag. 29 e ss.) ci indica che la posizione debitoria dei paesi membri con un deficit di partite correnti (CA), verso l'estero, è stata molto influenzata negli anni da valuation effects, che hanno determinato un progressivo deterioramento delle passività/debiti verso l'estero (per via di variazioni di prezzo), amplificando il deficit di CA di tali Stati.
Inoltre se andiamo a confrontare il debito privato in percentuale del PIL, notiamo che tra i paesi dell'Eurozona quelli col maggiore indebitamento, sia prima che dopo la crisi, sono nell'ordine Irlanda, Portogallo, Spagna ovvero i paesi che hanno avuto maggiori problemi durante la crisi.
La Grecia si posiziona poco più in basso in termini percentuali, però il valore in questione è raddoppiato dall'entrata nell'Euro in poi; l'Italia d'altro canto è famosa per un basso indebitamento privato, ma un alto indebitamento pubblico, per via dell'alta propensione al risparmio delle famiglie italiane (propensione che sta via via diminuendo).
La Germania invece, come confermato dal rapporto, ha mantenuto un debito privato abbastanza alto sì, ma stabile negli anni (soprattutto durante la crisi), grazie a tutte le motivazioni sopra considerate.

[Alcune considerazioni molto schematiche su tale problema le troviamo in queste diapositive]

Riepilogando, abbiamo paesi come la Germania che sono costantemente in "acque tranquille" (per i motivi indicati) e paesi più deboli, tipo i PIIGS, che invece dall'entrata nell'Euro sono in costante deficit di CA, in costante indebitamento privato (soprattutto verso l'estero) e contemporaneamente vantano una diminuzione contestuale del debito pubblico, dell'inflazione e dello spread (almeno fino alla crisi).

Come sono possibili tanti dati contrastanti?

Semplice: l'Euro ha inizialmente dato l'illusione che tutti i paesi stessero andando nella "direzione giusta" della convergenza e uniformità, in realtà non avendo "curato" le diseguaglianze intrinseche all'interno dei Membri ha solamente permesso ai paesi che erano già in deficit verso l'estero (e che a differenza della Germania non hanno tratto vantaggio dall'entrata) di indebitarsi ad un prezzo minore, poiché in un quadro di aspettative ottimistiche, come allora, anche i tassi di interesse (spread) si erano in parte avvicinati. Come conseguenza di ciò, il SETTORE PUBBLICO di tali Stati ha potuto MIGLIORARE il proprio bilancio perché pagava minori interessi sui titoli di debito pubblico (come in Spagna e in Grecia, oppure indebitarsi a prezzo minore come in Italia e Portogallo; qui), e il SETTORE PRIVATO ha potuto INDEBITARSI VERSO L'ESTERO a tassi più bassi, perché non dimentichiamo che la Germania aveva ampie disponibilità di risparmi da dare in prestito (abbiamo già spiegato il perché prima) quindi anche ad un prezzo più conveniente rispetto a quello nostrano.

[Questo processo è ben delineato dal "ciclo di Frenkel", riguardo gli squilibri tra paesi forti e paesi deboli, o come viene detto alcune volte, tra centro e periferia, disequilibri che creano inevitabili crisi che riportano a galla le evidenti asimmetrie e contraddizioni in un ciclo continuo e ben riscontrabile anche in altre realtà]

DETTO CIO', RIPETO ANCORA CHE NON VUOL DIRE CHE L'UNICA SOLUZIONE E' L'USCITA IMMEDIATA DALL'EURO: O LO SI MIGLIORA CON RIFORMA STRUTTURALI UNIFORMI, ALTRIMENTI TANTO VALE USCIRE (COME DICE IL PREMIO NOBEL STIGLITZ), PERCHE' UNA SITUAZIONE DEL GENERE NON PUO' CHE PORTARE A CONTINUI SHOCK ASIMETTRICI E/O STAGNAZIONE DEI PAESI PIU' "DEBOLI"































giovedì 10 gennaio 2013

Euro o non Euro? PARTE I

Dopo la persistente recessione (e i vari problemi di bilancio pubblico) e dopo le varie "uscite" di Berlusconi e di alcuni membri del M5S, è decisamente ora di capire qualcosa in più sull'utilità/necessità di valutare l'ipotesi di uscita dall'Euro.
L'argomento in questione è estremamente tecnico e richiederebbe moltissimi riferimenti a rapporti e ricerche, che anno dopo anno cercano in qualche modo di dare un senso ad un contesto economico europeo completamente "sballato" e divergente al suo interno, per cui l'ideale è procedere senza complicarsi la vita con troppi paroloni e in modo più semplificato possibile.

Alcune premesse di base:
  1. Il tasso di cambio è il prezzo di una valuta espresso nei termini di un'altra moneta, di solito rappresentato "certo per incerto", cioè il prezzo in valuta estera di una unità di valuta nazionale (per es. il cambio EUR/USD: quanti dollari per comprare 1 euro?). Questo è il tasso di cambio nominale e se non è indicato diversamente (reale, effettivo o altro) ci si riferisce implicitamente a questo concetto.

  2. Il fondamento vero e proprio dell'ipotesi di un'Europa unita deriva dal Rapporto Werner, ma l'idea economica dell'Euro si riscontra nella Teoria delle Aree Valutarie Ottimali (Mundell 1961), che in sostanza sostiene che se due o più paesi volessero adottare cambi fissi (o pressoché fissi) tra le loro monete, magari perché commerciano molto tra loro, per avere un buon grado di successo devono avere una completa (o quasi) "mobilità dei fattori produttivi"; questa espressione indica che lavoro e capitali siano liberi di spostarsi praticamente senza ostacoli/limiti: per esempio se io sono un operaio, e oggi la mia fabbrica chiude, posso ipoteticamente cercare e trovare lavoro in Germania senza particolari impedimenti o difficoltà nella gestione della mia posizione lavorativa (per es. per i contributi), delle formalità burocratiche (permessi vari) e nel giro di pochissimi giorni; allo stesso modo se io domani ritengo che il mio capitale di centomila euro sarebbe più produttivo investirlo in obbligazioni della Siemens piuttosto che di Unicredit, allora dovrei poter completare l'operazione in un lasso di tempo brevissimo, quantomeno infragiornaliero.

  3. Come ho anticipato, questa teoria sta alla base dell'Euro ma non descrive l'attuale condizione di quest'ultimo, che è in realtà una unione monetaria vera e propria.
    Una precisazione molto importante: un' Area Valutaria Ottimale E' DIVERSA da un' unione monetaria; nella prima ognuno tiene la sua moneta mentre nella seconda la moneta è unica (vedi Euro). Lo stesso Mundell, nel 1997, ha precisato tale distinzione: per cui un'AVO si crea quando due o più paesi fissano il tasso di cambio in modo fisso o con una stretta banda di oscillazione, mantenendo ognuno la propria Banca Centrale (pur con qualche restrizione nella politica monetaria) e potendo uscirne in qualunque momento; un' unione monetaria richiede invece una stessa moneta, stessa Banca Centrale e possibilmente una contestuale unione politica.
    Detto questo non dimentichiamoci il pre-requisito FONDAMENTALE alla base di entrambi i concetti stessi, cioè l'ampia mobilità dei fattori produttivi.

  4. L'Euro NON E' una Unione Monetaria (nel senso che lo è formalmente, ma non ha i requisiti per definirsi tale), né i precedenti sistemi di cambio simili furono Aree Valutarie Ottimali (SME per esempio). Questo è un dato di fatto riscontrabile nella realtà, infatti l'Euro è costituito da paesi con enormi squilibri interni e reciproci, che al primo shock esterno (vedasi crisi finanziaria americana) sono stati definitivamente portati a galla; in un' unione monetaria non dovrebbero esistere marcate differenze tra i singoli Stati (e men che meno all'interno degli Stati stessi, come in Italia), di modo che al primo shock l'economia dell'unione si riequilibri pressoché automaticamente.
    Questo concetto è pienamente accettato e sottolineato perfino dagli organi esecutivi e legislativi europei, mentre ciò che è veramente motivo di discussione sono i rimedi da porre in atto in relazione a questo problema: alcuni chiedono maggiore integrazione politica e fiscale, altri l'uscita definitiva.
    Fra l'altro queste cose erano state già anticipate dal Premio Nobel Kaldor nel 1971.

  5. Immaginiamo due territori che hanno tasse diverse, contratti di lavoro diversi, spesa pubblica diversa e così via (come praticamente ogni paese del mondo), se da un giorno all'altro usano la stessa moneta senza apportare alcun cambiamento strutturale uniforme, come può una moneta unica cambiare qualcosa (ricordiamoci che si tratta solo di uno strumento di pagamento)?
    L'unica risposta (irrazionale) che viene da dare è che le crisi e gli squilibri che derivano da tale applicazione potrebbero dare un carattere di urgenza alle riforme tanto "agognate", ma non ha comunque senso invertire i due processi! Vuol dire farsi male da soli! Stiamo parlando di processi complicati che non riguardano solo il valore della moneta rispetto al dollaro e così via.
    Del resto basta vedere come la politica monetaria unica (unica perché gestita da una sola banca, la BCE) non abbia risolto gli squilibri tra gli Stati, pur avendo agito in senso tutto sommato espansivo (soprattutto sotto la presidenza Draghi) e quindi favorevole agli Stati. Questo per ricordare che la moneta è solo uno strumento nominale, non può causare cambiamenti strutturali solo perché è in dotazione a tanti paesi ed è gestita da una sola Banca Centrale.

Una volta compreso questo, le premesse di base ci sono tutte.
Abbiamo inoltre capito che il tema di scontro principale è "più Euro" o "meno Euro". 

Cosa fare?
La frase "attuare riforme strutturali", nonostante normalmente sia usata a caso senza avere la minima idea di come agire (non tanto di dove agire), in questo caso ci è utile; infatti se vogliamo/crediamo che sia necessario continuare sulla strada dell'unione monetaria (effettiva), l'unica soluzione è l'emanazione di Direttive e Regolamenti europei (validi solo verso gli stati dell'Unione Economica e Monetaria europea, d'ora in poi EMU) che provvedano ad uniformare il mercato del lavoro, la previdenza, la TASSAZIONE, il sistema finanziario, il sistema creditizio-bancario, il sistema giuridico, la burocrazia (soprattutto per quanto riguarda uniformità dei tempi), l'istruzione e le POLITICHE FISCALI (cioè come viene speso il bilancio pubblico) che saranno accentrate e gestite direttamente dall'Unione oppure solo uniformate. 
Probabilmente ne ho dimenticato qualcuno, comunque alcuni esempi chiariranno tale necessità di uniformità: se le tasse sulle imprese in Irlanda sono del 12,5% è ovvio che molte imprese sposteranno lì la sede sociale, determinando minori entrate fiscali; se lo Stato dà notevoli incentivi a chi apre un'attività spendendo una % notevole del bilancio pubblico, mentre in altri paesi non succede, allora ci potrà essere uno spostamento continuo negli anni verso tale nazione e costante impegno di spesa maggiore che in altri paesi.
In sostanza in un' Unione monetaria le regioni e gli Stati stessi non sono in concorrenza totale tra loro, ma cooperano per garantire un livello standard su tutto il territorio, attuando una "competizione" più blanda su altri aspetti (per esempio sulla maggiore qualità o formazione tra le università più prestigiose o sulla specializzazione in determinati segmenti lavorativi ecc).
In realtà altri autori hanno ipotizzato la necessità di ulteriori similitudini in campo economico per poter prendere in considerazione l'idea di unirsi (tra cui integrazione fiscale, sopra citato), però, a parte una in particolare (diversificazione produttiva), possiamo immaginare che il processo di convergenza-uniformità nelle materie sopra indicate sia già un più che sufficiente presupposto.

Il problema è che un processo del genere richiede qualche anno per avere risultati di convergenza robusta, inoltre cosa succederebbe se per qualche motivo ci fossero altre crisi di vasta portata? Sarebbe giusto chiedere ai paesi più deboli come Grecia, Spagna, Portogallo e Italia ulteriori sforzi e anni di recessione nell'intento di preservare a tutti i costi l'Euro? Ma soprattutto è stato ed è giusto chiederlo tuttora, dopo due anni dallo scoppio del panico riguardo ai debiti pubblici dei PIIGS? Infine sarebbe pensabile attuare un processo così complicato, che richiede continue e attente riforme di grande tecnicismo, se ad oggi non ci si riesce ad accordare nemmeno su Eurobond e Unione Bancaria?

Dall'altra parte hai la prospettiva di una uscita, non contemplata nei Trattati istitutivi, che spaventa molti cittadini e che richiede un forte consenso politico sull'argomento (che oggi non c'è), per di più non essendo stato votata l'adesione all'Euro non è stato fatto un approfondimento particolare sull'argomento, ma ci si è semplicemente affidati al consenso dominante che diceva che l'Euro è buono perché ci protegge dall'inflazione, perché ha più valore della lira e favorisce gli scambi intra-europei (argomenti abbastanza scialbi).
Inoltre, una volta usciti noi, chi obbligherebbe Spagna, Grecia e Portogallo a restare? (E del resto perché dovrebbero).

Purtroppo, date le circostanze, l'unica non-soluzione sarebbe un referendum consultivo che dia modo al Governo di capire qual'è l'opinione maggioritaria sull'argomento. E' evidente che questo referendum deve avvenire previa una campagna di grande portata (molti mesi prima del voto), dove si dibatta la questione tra sostenitori e contrari, dando  le basi economiche tali da capirci qualcosa, per quanto possibile.
Ovviamente un argomento così complicato e che non ha neanche una spiegazione univoca, non potrà che rimanere comunque oscuro e incompreso, per cui prevarrà il "voto di pancia" di chi sarà preoccupato della svalutazione, del default o di qualunque altro spauracchio.

E' normale che non ci sia né la voglia, né il tempo, né le basi per discuterne.

Molto probabilmente si andrà avanti con la situazione attuale, con miglioramenti in termini di maggiore uniformità a poco a poco, fino alla prossima crisi o recessione (Luca Ricolfi a metà 2012 ne ipotizzava una all'incirca nel 2017, ma senza dover fare particolari previsioni si può ipotizzare semplicemente nella prossima fase negativa del ciclo economico), in cui sarà dura convincere nuovamente qualcuno della necessità di tagliare e fare sacrifici.