Ci eravamo riproposti di analizzare nei minimi dettagli le spese dello Stato attraverso i singoli capitoli di spesa, ma questa indagine è pressoché inutile poiché i dati forniti raggiungono un buon livello di specificità (solo in certi casi) però molte voci rimangono ancora aggregate assieme e non si capisce quale stanziamento finanzi quali obiettivo di preciso, e questo perfino per importi rilevanti (decide di miliardi anche).
Purtroppo è solo dal 2009-2010 che lo Stato ha tentato di dare maggiore trasparenza ai suoi processi contabili-decisionali, perciò l'approfondimento lascia a desiderare; un fatto tra tutti lo rende evidente: la Nota Integrativa (che per le aziende svolge la parte più importante in quanto informa voce per voce delle variazioni-composizione-valutazione) si limita a riportare in generale i vari obiettivi di ogni missione per i singoli Ministeri e CRA.
Al massimo si potrà riflettere su alcuni capitoli di spesa, quelli già sufficientemente descrittivi di per sé, ma non di più con gli strumenti attuali. Questo è un ostacolo notevole.
Dato che purtroppo la situazione è questa, l'unico modo per analizzare in modo quantomeno approfondito e descrittivo i capitoli di spesa è andare a considerare quelli movimentati tramite la Legge di Stabilità (d'ora in poi LdS), dove per lo meno troviamo il riferimento di legge e i relativi importi.
martedì 19 febbraio 2013
domenica 17 febbraio 2013
In pensione quando mi pare
I problemi del sistema pensionistico sono spesso evidenziati e in seguito alla riforma Fornero, che ha lasciato tutti scontenti, sarebbe il caso di capire cosa non va e come migliorarlo, quantomeno in termini generali.
Una terza alternativa che viene spesso sbandierata è la possibilità di restare in ambito pubblico (INPS per esempio), però integrando la bassa pensione con contribuzioni volontari effettuate con parte dei soldi dello stipendio (come integrazione nell'ambito della previdenza complementare, oppure come investimento in un'ottica di futuri risparmi per la pensione come può essere un investimento in BTP), ma è evidente che solo su stipendi rilevanti si può pensare di riuscire addirittura a risparmiare e a contribuire volontariamente con cifre quantomeno non esigue (sennò non conviene).
In questo caso si fa riferimento al tasso di sostituzione, cioè al rapporto tra l'ultimo stipendio e la prima pensione (generalmente inferiore), che determina un gap che potrebbe essere in tal modo colmato.
Una semplice dubbio che mi sono posto:
sebbene la speranza di vita sia chiaramente aumentata nei paesi sviluppati (e sia in costante aumento) ha senso far lavorare qualcuno fino a 68-69 anni o addirittura oltre?
sebbene la speranza di vita sia chiaramente aumentata nei paesi sviluppati (e sia in costante aumento) ha senso far lavorare qualcuno fino a 68-69 anni o addirittura oltre?
Da un punto di vista economico ha perfettamente senso, perché se a 70 anni hai davanti a te una probabilità di vita di altri vent'anni, trattandosi di un periodo lungo dovresti contribuire maggiormente (cioè lavorare di più per compensare il futuro "bengodi").
Dal punto di vista del bilancio pubblico ha ancora più senso richiedere uno sforzo di questo tipo, visto che altrimenti le prestazioni pensionistiche pagate dallo Stato saranno in costante crescita (244 mld nel 2011 solo le pensioni; 305 mld tutte le prestazioni pensionistiche e sociali), a fronte invece di contributi versati (212 mld di contributi effettivi, più altri 4 mld di contributi figurativi, nel 2011) che garantiscono la copertura finanziaria solo di un certo periodo.
Dal punto di vista del bilancio pubblico ha ancora più senso richiedere uno sforzo di questo tipo, visto che altrimenti le prestazioni pensionistiche pagate dallo Stato saranno in costante crescita (244 mld nel 2011 solo le pensioni; 305 mld tutte le prestazioni pensionistiche e sociali), a fronte invece di contributi versati (212 mld di contributi effettivi, più altri 4 mld di contributi figurativi, nel 2011) che garantiscono la copertura finanziaria solo di un certo periodo.
Il problema in questo caso è quasi socio-sanitario, perché è improbabile che oltre i 65 anni tutte le persone mantengano la stessa lucidità e capacità di svolgimento del proprio lavoro, basti pensare alla differenza (in media) tra un 66enne avvocato e un 66enne magazziniere.
E' abbastanza evidente che la soluzione migliore sarebbe lasciare una scelta: se ce la fai o hai bisogno di soldi oppure ami il tuo lavoro, superata una certa età (66 anni per esempio) puoi liberamente continuare avendo la possibilità di ritirarti in qualunque momento successivo a tale età; viceversa vai in pensione.
Il solito dilemma è l'ingente costo per il bilancio pubblico, per di più in continua crescita nel tempo.
Fra l'altro non dobbiamo pensare che questo sia un problema solo italiano, perché in questo stesso momento paesi come Francia (riforma attuata da Sarkozy) e Germania (ancora da attuare) stanno avendo gli stessi dibattiti sullo stesso "scivoloso" tema dell'età di pensionamento.
Semplicemente noi italiani abbiamo voluto complicarci la vita, come al solito, per cui fino ai primi anni '90 abbiamo avuto un sistema pensionistico mooolto generoso con pensionati, pre-pensionamenti e baby-pensionati, il quale ha determinato un incremento di spesa più anormale degli altri paesi.
E nei momenti di crisi, "lacune" di questo tipo vengono fuori.
E nei momenti di crisi, "lacune" di questo tipo vengono fuori.
Sinceramente, senza particolari riferimenti empirici o simili ma solo basandomi sul senso comune, non ritengo pensabile un adeguamento dell'età pensionabile alla speranza di vita o quantomeno non in senso stretto. Bisogna ammettere che dopo questo primo shock della riforma Fornero nessuno ha voluto ipotizzare lo scenario del pensionamento a settantanni o poco più, ma questo scenario è in realtà di per sé evidente: infatti è ovvio che se il requisito è di 66 anni e 37 di contributi, per esempio, si presume che tale lavoratore abbia praticamente sempre lavorato dal momento in cui è entrato nel mercato del lavoro. Un fatto poco probabile se andiamo a vedere le fasi positive e negative che ha sofferto la nostra economia, e poco coerente con i molteplici tipi diversi di contratto di lavoro e con tutto il mercato del lavoro in generale (quello attuale almeno).
Perciò possiamo tranquillamente dire che tale ipotesi, nonché gli stessi requisiti di pensionamento, sono del tutto incompatibili con uno scenario lavorativo mondiale decisamente "liberista" ossia non più attaccato all'idea del posto fisso quanto piuttosto all'idea di mobilità e flessibilità, per il semplice fatto che una prospettiva di facilità di entrata e uscita dal mercato del lavoro tale da non posporre/inficiare il raggiungimento dell'età pensionabile (più contributi) vale solo per figure molto qualificate e solo in specifici settori (e il magazziniere di prima 'ndo va?).
Neanche i laureati si sottraggono a questa logica settoriale, infatti i miei "colleghi" lo sanno molto bene.
Per completare il discorso, anche ipotizzando una relativamente abbondante richiesta di lavoro da parte delle imprese in senso lato, ci si dimentica che esistono i momenti di stagnazione o crisi (guarda caso come il nostro attuale) che influiscono negativamente sulla ricerca di lavoro, e infine ci si dimentica che esiste la "disoccupazione frizionale", ossia quel periodo di tempo (anche breve, ma presente) tra un lavoro e l'altro (cioè il tempo di trovare un annuncio e organizzare/partecipare a colloqui dal primo giorno successivo al licenziamento/dimissioni).
Neanche i laureati si sottraggono a questa logica settoriale, infatti i miei "colleghi" lo sanno molto bene.
Per completare il discorso, anche ipotizzando una relativamente abbondante richiesta di lavoro da parte delle imprese in senso lato, ci si dimentica che esistono i momenti di stagnazione o crisi (guarda caso come il nostro attuale) che influiscono negativamente sulla ricerca di lavoro, e infine ci si dimentica che esiste la "disoccupazione frizionale", ossia quel periodo di tempo (anche breve, ma presente) tra un lavoro e l'altro (cioè il tempo di trovare un annuncio e organizzare/partecipare a colloqui dal primo giorno successivo al licenziamento/dimissioni).
Ormai il contesto socio-economico mondiale è improntato su assetti liberisti in ambito lavorativo, per cui per dare una soluzione realistica al problema del pensionamento, senza chiedere stravolgimenti del sistema in sé e del mercato del lavoro, e dovendo (il sistema pensionistico) adeguarsi al sistema lavorativo (che è poi quello che più incide sulla Previdenza stessa) conviene esaminare le opzioni più fattibili...
...E l'unica possibilità effettiva è purtroppo la PREVIDENZA COMPLEMENTARE/INTEGRATIVA.
Infatti l'unico modo per coniugare un limite minimo lavorativo tutto sommato accettabile (66-67 anni) con una pensione più o meno decente, senza mandare in rovina lo Stato, è obbligare i lavoratori ad iscriversi (ad inizio carriera) in un fondo di previdenza complementare, dove sarà versato il loro TFR, i contributi (loro più quelli del datore di lavoro/committente) ed eventualmente altri contributi volontari.
Perché dico "purtroppo"?
Per il semplice fatto che in tal modo ci tocca affidare i nostri risparmi ai rendimenti determinati su mercati finanziari psicolabili (soprattutto se il Fondo Pensione investe in azioni) che non solo potrebbero non garantire interessi/rendimenti superiori all'inflazione* (come invece fa lo Stato, in parte), ma che anzi potrebbero determinare differenze rilevanti a seconda del periodo o dell'anno in cui si va in pensione.
Inoltre questo segna la perdita non trascurabile di una delle più importanti funzioni del Welfare State (di nuovo con grande gioia dei liberisti), il sistema pensionistico, il quale veniva gestito dallo Stato proprio in quanto argomento complesso e delicato: infatti c'è un'evidente "asimmetria informativa" dei singoli lavoratori rispetto al loro futuro e su come gestire i propri guadagni in relazione alle loro aspettative e stili di vita, una asimmetria tale da richiedere che fosse lo Stato a decidere in che misura, per quanto tempo, con che caratteristiche e aliquote contribuire e soprattutto come gestire tali risparmi e COME GARANTIRE CHE TALI CONTRIBUTI FOSSERO PRESERVATI DALLA PERDITA DI POTERE D'ACQUISTO E DA EVENTI ECONOMICI NEGATIVI!
Perché dico "purtroppo"?
Per il semplice fatto che in tal modo ci tocca affidare i nostri risparmi ai rendimenti determinati su mercati finanziari psicolabili (soprattutto se il Fondo Pensione investe in azioni) che non solo potrebbero non garantire interessi/rendimenti superiori all'inflazione* (come invece fa lo Stato, in parte), ma che anzi potrebbero determinare differenze rilevanti a seconda del periodo o dell'anno in cui si va in pensione.
Inoltre questo segna la perdita non trascurabile di una delle più importanti funzioni del Welfare State (di nuovo con grande gioia dei liberisti), il sistema pensionistico, il quale veniva gestito dallo Stato proprio in quanto argomento complesso e delicato: infatti c'è un'evidente "asimmetria informativa" dei singoli lavoratori rispetto al loro futuro e su come gestire i propri guadagni in relazione alle loro aspettative e stili di vita, una asimmetria tale da richiedere che fosse lo Stato a decidere in che misura, per quanto tempo, con che caratteristiche e aliquote contribuire e soprattutto come gestire tali risparmi e COME GARANTIRE CHE TALI CONTRIBUTI FOSSERO PRESERVATI DALLA PERDITA DI POTERE D'ACQUISTO E DA EVENTI ECONOMICI NEGATIVI!
[*Se il rendimento del 2012 del Fondo Pensione è del 2% al netto dei costi amministrativi, ma l'inflazione 2012 è stata del 3%, allora in realtà ho perso l'1% del potere d'acquisto dei "miei soldi" in quell'anno]
Diciamo che si tratta di un COMPROMESSO: IO risparmio al bilancio pubblico la spesa per la gestione, accertamento, riscossione ed eventuale contenzioso, misurazione, adeguamento all'inflazione ed erogazione della mia pensione (sperando che tali soldi risparmiati siano investiti per favorire lo sviluppo, altrimenti forconi), mentre mi accollo una parte del rischio (prima garantito dallo Stato) affidandomi ai mercati finanziari (in termini di rendimenti, inflazione, aspettative ed eventuali perdite) e tutto ciò che ne consegue in termini di prestazione pensionistica, quindi anche la possibilità (molto probabile) che se avessi lasciato contributi e TFR all'INPS forse avrei avuto una pensione più alta, ma avendo però la possibilità di decidere quando andare in pensione in quanto sarò sempre al corrente dell'ammontare della mia pensione futura di anno in anno, perciò se a 65 anni tra contributi obbligatori e volontari sono riuscito a raggiungere una pensione mensile che ritengo soddisfacente (e se mi sono rotto di lavorare) ho la possibilità di uscire tranquillamente dal mercato del lavoro. Quantomeno c'è anche il vantaggio fiscale, che in un certo senso ti "ringrazia" per la scelta fatta garantendoti minore tassazione sui rendimenti del Fondo Pensione e sulla pensione stessa quando sarà erogata.
Per essere ancora più diplomatici si può mantenere il sistema attuale che ti garantisce la possibilità di passare alla previdenza complementare in qualunque momento, con l'unica modifica che per usufruire della pensione accumulata tramite il Fondo Pensione non sono necessari i requisiti obbligatori (età, contributi ecc...) previsti per i lavoratori del mio settore/categoria che invece non si sono affidati alla previdenza complementare (com'è invece attualmente).
Cioè io faccio sto sforzo sì, però decido io quando andarmene (al massimo si può richiedere che il limite minimo per uscire sia il fatto di poter usufruire di una pensione di almeno 800-900 euro netti).
Una terza alternativa che viene spesso sbandierata è la possibilità di restare in ambito pubblico (INPS per esempio), però integrando la bassa pensione con contribuzioni volontari effettuate con parte dei soldi dello stipendio (come integrazione nell'ambito della previdenza complementare, oppure come investimento in un'ottica di futuri risparmi per la pensione come può essere un investimento in BTP), ma è evidente che solo su stipendi rilevanti si può pensare di riuscire addirittura a risparmiare e a contribuire volontariamente con cifre quantomeno non esigue (sennò non conviene).
In questo caso si fa riferimento al tasso di sostituzione, cioè al rapporto tra l'ultimo stipendio e la prima pensione (generalmente inferiore), che determina un gap che potrebbe essere in tal modo colmato.
lunedì 11 febbraio 2013
Sintesi della spesa pubblica
Prima di procedere all'analisi categoria per categoria della spesa pubblica bisogna avere chiaro alcuni numeri e concetti di base per capire appieno l'argomento in discussione.
[I documenti più utili al riguardo sono i seguenti: 1, 2, 3, 4, 5. I primi due in assoluto sono i più utili]
La spesa di tutte le Amministrazioni Pubbliche (d'ora in poi AAPP), quindi non solo lo Stato ma anche Amministrazioni locali ed Enti di Previdenza, è passata da 85 mld nel 1980 ai circa 799 del 2011, che diventano 720 mld circa al netto della spesa per interessi (sul debito pubblico).
La spesa pubblica totale ha quindi raggiunto il 50,5% del PIL nel 2011, mentre la spesa primaria (al netto degli interessi) ha raggiunto il 46,5%. La componente primaria è quindi in linea con quella degli altri paesi (di poco inferiore rispetto a UK e Francia, di poco superiore rispetto a Spagna e Germania).
La spesa primaria totale si divide in particolare tra i vari soggetti secondo queste percentuali:
[Per Amministrazioni Centrali si intendono le spese per i Ministeri, la Presidenza del Consiglio, la Corte dei Conti, la Corte Costituzionale, il Tar, le Agenzie fiscali,il Consiglio di Stato, Enti di regolazione, Enti di ricerca e così via]
Per quanto riguarda la categoria economica dei redditi da lavoro (stipendi e retribuzioni in sostanza):
Per riguarda la categoria economica dei consumi intermedi (cioè acquisti di beni e servizi che servono a produrre determinati beni o servizi, quindi non fini a se stessi):
I maggiori incrementi della spesa statale sono dovuti ai trasferimenti per gli Enti Sanitari, gli Enti di Previdenza e in parte per maggiori spese per redditi da lavoro (anche se in via di stabilizzazione).
Distinguendo all'interno della spesa primaria del bilancio statale (circa 447 mld in termini di cassa), vediamo che il 54% (circa 241 mld) riguarda i trasferimenti ad altre AAPP (in costante aumento negli anni), mentre un 25% circa riguarda il personale, IRAP, consumi intermedi e altre uscite (111 mld, nel complesso stabili e in via di miglioramento).
L'11% di tale spesa (circa 49 mld) è diretta ad interventi verso l'estero (finanziamento del bilancio UE) e verso l'economia nazionale (alle famiglie, alle imprese, o acquisizione di attività finanziarie), infine la parte restante riguarda poste di regolazione contabile (10,1%), ossia restituzioni di imposte e rimborsi a famiglie e imprese (44 mld).
Se consideriamo il livello di ricorso al mercato consentito (ossia raccolta di capitali tramite i titoli di debito pubblico, 303 mld circa nel 2011 in termini di cassa) e la spesa per interessi sul debito pubblico (circa 74 mld), la spesa statale diventa di circa 706 mld (perché il ricorso al mercato è sì di 303 mld, ma il rimborso del debito pubblico in scadenza, che è la vera spesa, è di soli 186 mld nel 2011). I circa 92 mld di differenza rispetto al valore complessivo di 798 mld di tutte le AAPP sono residui passivi (cioè spese/somme impegnate ma non pagate).
[I documenti più utili al riguardo sono i seguenti: 1, 2, 3, 4, 5. I primi due in assoluto sono i più utili]
La spesa di tutte le Amministrazioni Pubbliche (d'ora in poi AAPP), quindi non solo lo Stato ma anche Amministrazioni locali ed Enti di Previdenza, è passata da 85 mld nel 1980 ai circa 799 del 2011, che diventano 720 mld circa al netto della spesa per interessi (sul debito pubblico).
La spesa pubblica totale ha quindi raggiunto il 50,5% del PIL nel 2011, mentre la spesa primaria (al netto degli interessi) ha raggiunto il 46,5%. La componente primaria è quindi in linea con quella degli altri paesi (di poco inferiore rispetto a UK e Francia, di poco superiore rispetto a Spagna e Germania).
La spesa primaria totale si divide in particolare tra i vari soggetti secondo queste percentuali:
- 11,2% del PIL (ossia il 24,5% della spesa totale) effettuata dalle Amministrazioni Centrali;
- 15,1% del PIL (ossia il 33,1% della spesa totale) effettuata dalle Amministrazioni Locali (la cui voce più consistente è data dalla spesa per gli Enti Sanitari Locali);
- 19,3% del PIL (ossia il 42,4% della spesa totale) effettuata dagli Enti di Previdenza;
[Per Amministrazioni Centrali si intendono le spese per i Ministeri, la Presidenza del Consiglio, la Corte dei Conti, la Corte Costituzionale, il Tar, le Agenzie fiscali,il Consiglio di Stato, Enti di regolazione, Enti di ricerca e così via]
Per quanto riguarda la categoria economica dei redditi da lavoro (stipendi e retribuzioni in sostanza):
- 6% del PIL (ossia il 56,1% della spesa per redditi da lavoro) nelle Amministrazioni Centrali;
- 4,5% del PIL (ossia il 41,3% della spesa per redditi da lavoro) nella Amministrazioni Locali (di cui la metà solo negli Enti Sanitari);
- 0,2% del PIL (ossia il 2,1% della spesa per redditi da lavoro) negli Enti di Previdenza;
Per riguarda la categoria economica dei consumi intermedi (cioè acquisti di beni e servizi che servono a produrre determinati beni o servizi, quindi non fini a se stessi):
- 1,6% del PIL (ossia il 27% della spesa per consumi intermedi) nella Amm. Centrali;
- 4,1% del PIL (ossia 71,2% della spesa per consumi intermedi) nelle Amm. Locali (di cui ben il 31,3% dipende dagli Enti Sanitari);
- 0,1% del PIL (ossia il 1,9% della spesa per consumi intermedi) negli Enti di Previdenza;
Per quanto riguarda il solo bilancio statale, si parla di circa 521 mld di entrate nel 2011, a fronte di circa 520 mld di uscite in termini di competenza (cioè entrate e spese impegnate per quell'anno, ma non per forza incassate/spese materialmente), che diventano rispettivamente 452 e 519 mld in termini di cassa (cioè le spese effettivamente pagate e le entrate effettivamente riscosse).
Dopo il picco di 540 mld di spese nel 2009, le varie manovre correttive hanno portato una riduzione di 20 mld nel 2010-2011.
I maggiori incrementi della spesa statale sono dovuti ai trasferimenti per gli Enti Sanitari, gli Enti di Previdenza e in parte per maggiori spese per redditi da lavoro (anche se in via di stabilizzazione).
Distinguendo all'interno della spesa primaria del bilancio statale (circa 447 mld in termini di cassa), vediamo che il 54% (circa 241 mld) riguarda i trasferimenti ad altre AAPP (in costante aumento negli anni), mentre un 25% circa riguarda il personale, IRAP, consumi intermedi e altre uscite (111 mld, nel complesso stabili e in via di miglioramento).
L'11% di tale spesa (circa 49 mld) è diretta ad interventi verso l'estero (finanziamento del bilancio UE) e verso l'economia nazionale (alle famiglie, alle imprese, o acquisizione di attività finanziarie), infine la parte restante riguarda poste di regolazione contabile (10,1%), ossia restituzioni di imposte e rimborsi a famiglie e imprese (44 mld).
Se consideriamo il livello di ricorso al mercato consentito (ossia raccolta di capitali tramite i titoli di debito pubblico, 303 mld circa nel 2011 in termini di cassa) e la spesa per interessi sul debito pubblico (circa 74 mld), la spesa statale diventa di circa 706 mld (perché il ricorso al mercato è sì di 303 mld, ma il rimborso del debito pubblico in scadenza, che è la vera spesa, è di soli 186 mld nel 2011). I circa 92 mld di differenza rispetto al valore complessivo di 798 mld di tutte le AAPP sono residui passivi (cioè spese/somme impegnate ma non pagate).
domenica 10 febbraio 2013
La bufala del Signoraggio
Visto che ogni tanto qualcuno tira in ballo questo tema (Sgarbi e Marra da ultimo) sarebbe il caso di capire cos'è esattamente questo "odioso" Signoraggio che tutti criticano all'unisono e che unisce i complottisti di tutto il mondo.
Generalmente si distinguono due forme diverse di Signoraggio:
Quindi se ipotizziamo che la BCE stampa 1 milione di euro, ne presta 500mila e ne investe 500mila entrambi al 5% guadagnando in un anno 50mila, di cui il 12,5% (ossia 6250 euro) andrà alla BdI in proporzione alla sua partecipazione. Ipotizzando un costo di gestione e mantenimento di 1000 euro della BdI, i restanti 5250 saranno recuperati dallo Stato tramite le imposte sulla BdI stessa.
In definitiva il Signoraggio economico non esiste più da molto tempo, mentre quello bancario esiste sì, ma non funziona nel modo spesso descritto.
A quanti ritengono che il 1% di garanzia è troppo poco, ricordo solo che quel denaro serve per i prestiti a cittadini/imprese, per cui più alzi la riserva di garanzia minore sarà la liquidità del sistema economico, di conseguenza minori saranno gli investimenti perché il denaro è poco e quindi costoso (per di più se tutti risparmiano la domanda crolla, ce lo dice anche Keynes).
Che piaccia o no il sistema capitalistico, puro o "attenuato" che sia, si basa sulle Banche Centrali, sulle singole banche e su meccanismi di questo tipo.
Già solo una riserva intorno al 25% (quindi un quarto del denaro viene garantito) sarebbe uno shock per l'economia peggiore dell'attuale crisi, e porterebbe ad una gravissima deflazione-stagnazione (sullo stile post-crisi del '29: cioè nessuno ha soldi, nessuno investe, i prezzi scendono e il reddito di conseguenza sempre di più).
Generalmente si distinguono due forme diverse di Signoraggio:
- Signoraggio economico (quello più conosciuto):
- Versione "bufala": quando la BCE o la Banca d'Italia (BdI) stampa una banconota da 100, per esempio, questa viene ceduta allo Stato al prezzo di 100 più gli interessi, interessi che vanno a formare il debito pubblico e che di conseguenza saranno impossibili da ripagare perché sempre maggiori al denaro disponibile nello Stato (se ti presto 100 + 5 di interessi avrai un debito di 105, però i soldi che hai sono solo 100).
- Realtà: Quando la BCE (o la BdI una volta) stampano denaro, questo viene dato in prestito alle banche commerciali ad un determinato tasso di interesse e/o investito in strumenti finanziari; la differenza tra il rendimento derivante da tali prestiti/investimenti e il costo di produzione e gestione della BCE/BdI viene poi ridato allo Stato.
Facciamo un esempio: la BCE stampa 100 euro, ne presta 50 alle banche commerciali e 50 li investe, e il reddito annuo che ottiene lo cede alle singole Banche Centrali in proporzione alla loro partecipazione al capitale della BCE (tutte le Banche Centrali dei paesi appartenenti all'Eurozona partecipano al capitale della BCE secondo il peso di ciascuno Stato dell'Euro nell'economia europea), reddito che a sua volta viene ceduto allo Stato al netto delle spese di funzionamento della BdI (di solito indirettamente tramite imposte). - Signoraggio bancario:
- Versione "bufala": quando depositi denaro in un conto corrente o simili, una banca commerciale può usarlo per concedere prestiti a cittadini/imprese, però è obbligata a mantenere una certa percentuale del deposito in forma liquida (come garanzia). In questo modo su un deposito di 1000 euro, la banca dovrà tenere il 2% (per esempio) disponibile, ossia 20 euro, usando i restanti 980 per un prestito; quei 980 potrà però usarli nuovamente come base per un altro prestito, trattenendo il 2% in forma liquida (19,6 euro), e lo stesso avviene sui restanti 960,4 e così via all'infinito (cioè da un singolo prestito reale viene creato infinito denaro virtuale).
- Realtà: si tratta della c.d. "riserva frazionaria", cioè sul totale dei depositi, una banca deve mantenere almeno il 1% (solo in certi casi) in forma liquida presso la Banca Centrale, potendo prestare quanto resta (tranne alcuni vincoli di cui non parlerò).
Non può però usare all'infinito lo stesso deposito di 1000 euro per fare molteplici prestiti perché vorrebbe dire creare denaro virtuale all'infinito. Su 1000 euro ne presto 990 e 10 vanno come garanzia e finisci qui il denaro a disposizione della banca, per cui per effettuare altri prestiti dovrò aspettare nuovi depositi o nuovi prestiti dalla BCE.
Quindi se ipotizziamo che la BCE stampa 1 milione di euro, ne presta 500mila e ne investe 500mila entrambi al 5% guadagnando in un anno 50mila, di cui il 12,5% (ossia 6250 euro) andrà alla BdI in proporzione alla sua partecipazione. Ipotizzando un costo di gestione e mantenimento di 1000 euro della BdI, i restanti 5250 saranno recuperati dallo Stato tramite le imposte sulla BdI stessa.
In definitiva il Signoraggio economico non esiste più da molto tempo, mentre quello bancario esiste sì, ma non funziona nel modo spesso descritto.
A quanti ritengono che il 1% di garanzia è troppo poco, ricordo solo che quel denaro serve per i prestiti a cittadini/imprese, per cui più alzi la riserva di garanzia minore sarà la liquidità del sistema economico, di conseguenza minori saranno gli investimenti perché il denaro è poco e quindi costoso (per di più se tutti risparmiano la domanda crolla, ce lo dice anche Keynes).
Che piaccia o no il sistema capitalistico, puro o "attenuato" che sia, si basa sulle Banche Centrali, sulle singole banche e su meccanismi di questo tipo.
Già solo una riserva intorno al 25% (quindi un quarto del denaro viene garantito) sarebbe uno shock per l'economia peggiore dell'attuale crisi, e porterebbe ad una gravissima deflazione-stagnazione (sullo stile post-crisi del '29: cioè nessuno ha soldi, nessuno investe, i prezzi scendono e il reddito di conseguenza sempre di più).
3) Crescita, PIL e Domanda...che fare?
Ora che sappiamo che per far riprendere l'economia italiana non possiamo far leva sul tasso di cambio o su altri strumenti tipici della Banca Centrale (perché ormai sono stati delegati alla BCE), che non possiamo aumentare la spesa pubblica o il debito (perché col Pareggio di Bilancio e il Fiscal Compact ci siamo impegnati con l'Europa a ridurre anno per anno il nostro debito pubblico, un impegno esoso che non permette i necessari incrementi di spesa per rimettere in moto l'economia) e visto che le riforme che l'Europa dovrebbe adottare per eliminare o quanto meno ridurre le ampie differenze tra i paesi del Nord e del Sud Europa sono portate avanti con una lentezza esasperante, nonostante i notevoli problemi che caratterizzano i PIIGS (del resto anche se è effettuata tra Stati Membri, invece che tra partiti, sempre di mediazione politica si tratta), resta da capire cosa si può fare per tentare di dare qualche minimo impulso alla ripresa piuttosto che aspettare che USA, Cina e gli altri paesi in via di sviluppo ricomincino ad aumentare le importazioni di prodotti nostrani (come sta lentamente avvenendo).
In un contesto del genere l'UNICA risposta possibile sta nella rimodulazione della spesa pubblica e in un cambiamento nella nostra struttura industriale.
Nei prossimi post quindi partiremo dalla spesa pubblica, andando a vedere argomento per argomento dove agire; daremo in ultima analisi anche uno sguardo alla situazione dell'industria italiana, cercando di capire quali politiche industriali conviene attuare.
In un contesto del genere l'UNICA risposta possibile sta nella rimodulazione della spesa pubblica e in un cambiamento nella nostra struttura industriale.
Nei prossimi post quindi partiremo dalla spesa pubblica, andando a vedere argomento per argomento dove agire; daremo in ultima analisi anche uno sguardo alla situazione dell'industria italiana, cercando di capire quali politiche industriali conviene attuare.
domenica 27 gennaio 2013
2) Crescita, PIL e Domanda...come funziona?
Nel precedente intervento abbiamo visto il valore complessivo di tutte le componenti economiche che incidono sulla nostra economia. Ora bisogna capire come funziona il sistema economico in cui viviamo.
Il nostro sistema economico, per vari motivi storico-culturali comuni a molti altri paesi europei, è di stampo capitalistico ma con alcune "attenuazioni" rispetto a quello capitalistico più "puro" (rappresentato da UK e USA), ossia un maggiore intervento pubblico nell'economia e differenziazione marcata nella tassazione (d'ora in poi sistema "capitalistico-attenuato").
Come tutti i sistemi capitalistici però, è basato sulla domanda/consumo, sul debito e sull'apertura al commercio internazionale. L'ultima variabile in particolare è quella che distingue un sistema economico aperto da uno chiuso (pianificazione comunista).
Questi tre fattori si intrecciano l'uno con l'altro determinando una dinamica di sviluppo ma soprattutto favorendo aggiustamenti automatici in casi di squilibrio. Ecco, in estrema sintesi, alcuni dei possibili intrecci:
Tutti questi casi sono accomunati da un costante ripetersi di periodi positivi e periodi negativi, in un unico flusso economico conosciuto dagli economisti come ciclo economico: un'alternanza di recessione-ripresa-crescita-depressione che segue appunto un andamento ciclico più o meno contemporaneo tra i paesi occidentali (UE, UK, USA) e solo recentemente coinvolge anche gli Emergenti (seppur in modi diversi), che riflette l'alto grado di interscambio commerciale tipico della globalizzazione.
L'unico problema è che in caso di crisi di un certo livello, quasi tutti i paesi vengono colpiti poiché fortemente legati tra loro, per cui la fase di "caduta" (recessione) avviene con grande forza, creando grossi problemi ai Governi per via della difficoltà (a livello di tempi) di mettere in piedi politiche economiche atte ad evitare un acuirsi della recessione. Allo stesso modo la fase di boom viene spesso mal gestita, così invece di favorire uno sviluppo più graduale si lascia "correre" l'economia sfruttandone i benefici in termini di maggiori entrate pubbliche.
Il nostro sistema economico, per vari motivi storico-culturali comuni a molti altri paesi europei, è di stampo capitalistico ma con alcune "attenuazioni" rispetto a quello capitalistico più "puro" (rappresentato da UK e USA), ossia un maggiore intervento pubblico nell'economia e differenziazione marcata nella tassazione (d'ora in poi sistema "capitalistico-attenuato").
Come tutti i sistemi capitalistici però, è basato sulla domanda/consumo, sul debito e sull'apertura al commercio internazionale. L'ultima variabile in particolare è quella che distingue un sistema economico aperto da uno chiuso (pianificazione comunista).
Questi tre fattori si intrecciano l'uno con l'altro determinando una dinamica di sviluppo ma soprattutto favorendo aggiustamenti automatici in casi di squilibrio. Ecco, in estrema sintesi, alcuni dei possibili intrecci:
- Caso "da manuale": la domanda dei cittadini per determinati prodotti fa aumentare la produzione industriale, che a sua volta genera maggiore reddito e maggiore occupazione (non solo in un paese); una volta che questa diminuisce o cambia "gusti", l'offerta industriale cala e di conseguenza il reddito e l'occupazione crollano creando crisi più o meno gravi, o più o meno settoriali (cioè non tutta l'economia ma solo il settore agro-alimentare per esempio);
- Caso americano (fino alla crisi del 2009): la domanda dei cittadini è altissima (per motivi culturali) e costante negli anni, ma non bastando i soldi costoro si indebitano fino a livelli record, nel frattempo le imprese producono, l'occupazione aumenta e lo stesso vale per i servizi(*); una volta che l'indebitamento è troppo sproporzionato incominciano le prime difficoltà di pagamento da parte dei cittadini, quindi la domanda cala bruscamente, la produzione di beni e servizi la segue e la disoccupazione aumenta (blocco totale del sistema economico, se non ci fosse stato l'intervento pubblico);
[(*) più l'economia avanza, più i beni e i servizi offerti si differenziano, per cui si passa da una predominanza dell'industria dell'acciaio ad un grande sviluppo delle società di consulenza finanziaria per esempio] - Caso tedesco: la domanda dei cittadini è bassa, ma la produzione industriale è molto sviluppata e di alto livello, il cambio intra-europeo è fisso (per maggiori dettagli visionare i post "Euro o non Euro?") e quindi le esportazioni nette (cioè il saldo positivo di esportazioni meno importazioni) riescono a compensare la mancata spinta della domanda/consumo, garantendo un ottimo livello di occupazione;
- Caso italiano (pre-crisi): la domanda è tutto sommato a livelli normali (con una predominanza di pochi settori di spesa come l'alimentare), la produzione aumenta ma essendo quantitativamente più piccola e meno avanzata tecnologicamente non riesce ad assorbire al meglio (cioè in settori avanzati) i lavoratori disponibili, nel frattempo la spesa pubblica è mal indirizzata e il cambio fisso impedisce di aggiustare la competitività di prezzo;
- Caso giapponese: la domanda è molto bassa, la produzione industriale si concentra sulle esportazioni di alto livello ma non compensa il basso livello di consumo interno, la disoccupazione è più o meno stabile e i Governi ricorrono all'indebitamento (più conveniente per via dei bassi tassi d'interesse) per favorire la crescita o comunque stabilizzare la situazione, nonché ad un basso tasso di cambio per non penalizzare le esportazioni (unica ancora di salvezza).
Tutti questi casi sono accomunati da un costante ripetersi di periodi positivi e periodi negativi, in un unico flusso economico conosciuto dagli economisti come ciclo economico: un'alternanza di recessione-ripresa-crescita-depressione che segue appunto un andamento ciclico più o meno contemporaneo tra i paesi occidentali (UE, UK, USA) e solo recentemente coinvolge anche gli Emergenti (seppur in modi diversi), che riflette l'alto grado di interscambio commerciale tipico della globalizzazione.
L'unico problema è che in caso di crisi di un certo livello, quasi tutti i paesi vengono colpiti poiché fortemente legati tra loro, per cui la fase di "caduta" (recessione) avviene con grande forza, creando grossi problemi ai Governi per via della difficoltà (a livello di tempi) di mettere in piedi politiche economiche atte ad evitare un acuirsi della recessione. Allo stesso modo la fase di boom viene spesso mal gestita, così invece di favorire uno sviluppo più graduale si lascia "correre" l'economia sfruttandone i benefici in termini di maggiori entrate pubbliche.
In casi come questo ci si aspetterebbe che i paesi più capitalistici e quindi meno propensi ad interventi statali nell'economia lascino il tempo al mercato di ritrovare l'equilibrio (secondo i liberisti, fautori del capitalismo puro, se si lascia il mercato libero di agire l'equilibrio verrà ripristinato in un tempo minore rispetto al caso di intervento), viceversa i paesi a capitalismo-attenuato dovrebbero aumentare la spesa pubblica per compensare la diminuzione degli altri tre fattori determinati del PIL (Export, Investimenti, Domanda)...
INVECE NON E' COSI'!!!
Stati Uniti e Regno Unito hanno effettuato interventi di maggiore spesa pubblica (politica fiscale espansiva) e di bassissimi tassi e maggiore immissione di denaro nel sistema da parte delle rispettive Banche Centrali (politica monetaria espansiva), creando la c.d. "fine tuning" consigliata dall'economista Keynes, ossia che se lo Stato spende e la Banca Centrale tiene bassi i tassi o interviene sul mercato per immettere direttamente o indirettamente più soldi si avrà un effetto congiunto ampiamente positivo capace di rimettere in moto l'economia nel breve periodo (tranne in un caso di cui non parlerò).
Viceversa i paesi Euro hanno effettuati interventi di maggiore spesa pubblica sì, ma la BCE ha tenuto i tassi sostanzialmente alti ancora a crisi avanzata (abbassandoli solo con l'arrivo di Draghi) e ha effettuato interventi di supporto all'economia ridicoli in confronto anche solo alla Banca centrale inglese.
Ci siamo dimostrati più liberisti degli anglosassoni stessi, questo per via della costante predominanza della linea tedesca nell'esecutivo della BCE, ossia inflazione bassa uber alles. Per di più i vincoli posti alla spesa pubblica degli Stati Euro sono stati tali da non permettere alcuna eccezione, nonostante la gravità della crisi.
Non è la corruzione o il fatto che i politici usino auto blu per andare a fare la pupù che ha determinato la crisi in cui siamo o che determina le risposte della politica a tale problema, molto semplicemente siamo incastrati tra una pianificazione dall'alto (non immune da conflitti politici al suo interno) che impone determinati vincoli, e una richiesta dal basso (cittadini e imprese) che chiede una qualche misera soluzione o palliativo (anche perché in periodi di crescita o di recessione precedenti la situazione politica era pressoché la stessa, la spesa pubblica era gestita ancora peggio, ma nonostante tutto ce la cavavamo perché non avevamo vincoli così stringenti).
INVECE NON E' COSI'!!!
Stati Uniti e Regno Unito hanno effettuato interventi di maggiore spesa pubblica (politica fiscale espansiva) e di bassissimi tassi e maggiore immissione di denaro nel sistema da parte delle rispettive Banche Centrali (politica monetaria espansiva), creando la c.d. "fine tuning" consigliata dall'economista Keynes, ossia che se lo Stato spende e la Banca Centrale tiene bassi i tassi o interviene sul mercato per immettere direttamente o indirettamente più soldi si avrà un effetto congiunto ampiamente positivo capace di rimettere in moto l'economia nel breve periodo (tranne in un caso di cui non parlerò).
Viceversa i paesi Euro hanno effettuati interventi di maggiore spesa pubblica sì, ma la BCE ha tenuto i tassi sostanzialmente alti ancora a crisi avanzata (abbassandoli solo con l'arrivo di Draghi) e ha effettuato interventi di supporto all'economia ridicoli in confronto anche solo alla Banca centrale inglese.
Ci siamo dimostrati più liberisti degli anglosassoni stessi, questo per via della costante predominanza della linea tedesca nell'esecutivo della BCE, ossia inflazione bassa uber alles. Per di più i vincoli posti alla spesa pubblica degli Stati Euro sono stati tali da non permettere alcuna eccezione, nonostante la gravità della crisi.
Non è la corruzione o il fatto che i politici usino auto blu per andare a fare la pupù che ha determinato la crisi in cui siamo o che determina le risposte della politica a tale problema, molto semplicemente siamo incastrati tra una pianificazione dall'alto (non immune da conflitti politici al suo interno) che impone determinati vincoli, e una richiesta dal basso (cittadini e imprese) che chiede una qualche misera soluzione o palliativo (anche perché in periodi di crescita o di recessione precedenti la situazione politica era pressoché la stessa, la spesa pubblica era gestita ancora peggio, ma nonostante tutto ce la cavavamo perché non avevamo vincoli così stringenti).
sabato 26 gennaio 2013
1) Crescita, PIL e Domanda...che succede?
In questi giorni sono cominciate a circolare le prime "contro-previsioni" sulle stime di crescita del PIL rispetto alla previsione del Governo (effettivamente spesso sovrastimata) per l'anno 2013, elaborata da Confindustria (ma anche da FMI e altri organismi) che vedono l'anno corrente come un altro anno di contrazione (seppur lieve) del PIL.
Tutti sappiamo che siamo in crisi, abbiamo magari anche una vaga idea delle cause e degli sviluppi fino al 2012, ma molto probabilmente avremo un'idea decisamente troppo vaga sui valori fondamentali che caratterizzano il PIL stesso.
Grazie ad un efficace grafico del Sole24ore (questo è l'articolo) ci viene indicato un preciso valore percentuale degli elementi che ogni anno vanno a "formare" il nostro Prodotto Interno Lordo (cioè il valore della "ricchezza" economica di un paese in un anno).
Come si evince dall'articolo il PIL è il valore dei beni e servizi prodotti in un paese in un anno da operatori comunitari e non. E' composto sommariamente da quattro componenti primarie (dati 2011):
[Qui viene spiegato più dettagliatamente i vari modi per identificare il PIL]
Una piccola digressione: è vero che il PIL presenta una misurazione distorta e quasi paradossale per alcuni aspetti, perché tiene conto di valori puramente economici e non anche di altri fattori (come riporta l'articolo), però la storia (presa sempre dall'articolo) per cui "se un edificio viene distrutto da una bomba il PIL cresce due volte perché l'industria delle armi potrà produrne un'altra e l'edificio dovrà essere ricostruito" è un'altra di quelle contestazioni che rientrano nell'ambito delle critiche al sistema capitalistico che è cattivo ecc ecc...
Ipotizziamo un edificio distrutto da una bomba con una vittima:
- il PIL aumenta perché verrà probabilmente fabbricata una bomba in più;
- il PIL aumenta perché l'edificio sarà da ricostruire;
- il PIL aumenta aumenta per via delle spese per il funerale;
- il PIL diminuisce perché la vittima non lavorerà più (o comunque non contribuirà più economicamente)
- il PIL diminuisce perché se in quell'edificio c'era una fabbrica o un'attività di altro tipo questa si blocca del tutto;
In sintesi, alla fine dei conti bisogna vedere se i valori che aumentano compensano quelli che diminuiscono.
In genere non compensano, per il semplice fatto che il contributo derivante dalla ricostruzione sarebbe più lento rispetto al crollo improvviso della produzione nell'edificio, per esempio.
Per di più ci sono molti ostacoli che impediscono un'immediata ripresa in altra forma dell'attività bloccata, tali da peggiorare ulteriormente la dinamica negativa ipotizzata.
Infatti, se estendiamo su larga scala queste considerazioni, notiamo che l'Emilia post-terremoto è stata ampiamente danneggiata economicamente e quindi il suo PIL ne risentirà pienamente, perché è pur vero che ci sono case, capannoni, beni e strade da ricostruire però un'intera zona ha praticamente smesso di produrre in pochi giorni (stesse considerazioni per il Giappone, anche se qui entrano in gioco ulteriori variabili).
Detto ciò, il PIL ha i suoi difetti sul piano della misurazione del benessere, ma è un buon indicatore puramente "economico" (che è quello che statisticamente è più rilevante per le varie misurazioni).
Torniamo ai quattro indicatori
Se questi fattori incidono sulla crescita dell'economia è abbastanza facile intuire perché siamo in crisi in questo momento (tralasciando le cause quindi).
I consumi, ampiamente determinanti, sono scesi parecchio perché ci sono meno soldi;
le imprese non investono perché le aspettative non sono ottimistiche per il futuro (l'articolo indica le tasse prima di tutto, queste sono sicuramente importanti ma molto più determinante è la previsione di ripresa dei mercati e dei consumi, altrimenti pochi saranno incentivati a investire soldi per migliorare la produzione);
la spesa pubblica viene tagliata per via degli obblighi di bilancio;
le importazioni negli ultimi dieci anni sono sempre state superiori alle esportazioni, quindi non hanno contribuito al PIL anzi lo hanno ridotto, solo quest'anno abbiamo avuto il primo avanzo dovuto ad una riduzione dei consumi/importazioni molto consistente (le importazioni che facciamo noi, sono un incremento di PIL per lo Stato da dove provengono).
Tutti sappiamo che siamo in crisi, abbiamo magari anche una vaga idea delle cause e degli sviluppi fino al 2012, ma molto probabilmente avremo un'idea decisamente troppo vaga sui valori fondamentali che caratterizzano il PIL stesso.
Grazie ad un efficace grafico del Sole24ore (questo è l'articolo) ci viene indicato un preciso valore percentuale degli elementi che ogni anno vanno a "formare" il nostro Prodotto Interno Lordo (cioè il valore della "ricchezza" economica di un paese in un anno).
Come si evince dall'articolo il PIL è il valore dei beni e servizi prodotti in un paese in un anno da operatori comunitari e non. E' composto sommariamente da quattro componenti primarie (dati 2011):
- Consumi delle famiglie (60%)
- Investimenti delle imprese (19%)
- Spesa pubblica (20%)
- Esportazioni "nette", cioè se le esportazioni sono maggiori delle importazioni (-1%, perché import è maggiore dell'export)
[Qui viene spiegato più dettagliatamente i vari modi per identificare il PIL]
Una piccola digressione: è vero che il PIL presenta una misurazione distorta e quasi paradossale per alcuni aspetti, perché tiene conto di valori puramente economici e non anche di altri fattori (come riporta l'articolo), però la storia (presa sempre dall'articolo) per cui "se un edificio viene distrutto da una bomba il PIL cresce due volte perché l'industria delle armi potrà produrne un'altra e l'edificio dovrà essere ricostruito" è un'altra di quelle contestazioni che rientrano nell'ambito delle critiche al sistema capitalistico che è cattivo ecc ecc...
Ipotizziamo un edificio distrutto da una bomba con una vittima:
- il PIL aumenta perché verrà probabilmente fabbricata una bomba in più;
- il PIL aumenta perché l'edificio sarà da ricostruire;
- il PIL aumenta aumenta per via delle spese per il funerale;
- il PIL diminuisce perché la vittima non lavorerà più (o comunque non contribuirà più economicamente)
- il PIL diminuisce perché se in quell'edificio c'era una fabbrica o un'attività di altro tipo questa si blocca del tutto;
In sintesi, alla fine dei conti bisogna vedere se i valori che aumentano compensano quelli che diminuiscono.
In genere non compensano, per il semplice fatto che il contributo derivante dalla ricostruzione sarebbe più lento rispetto al crollo improvviso della produzione nell'edificio, per esempio.
Per di più ci sono molti ostacoli che impediscono un'immediata ripresa in altra forma dell'attività bloccata, tali da peggiorare ulteriormente la dinamica negativa ipotizzata.
Infatti, se estendiamo su larga scala queste considerazioni, notiamo che l'Emilia post-terremoto è stata ampiamente danneggiata economicamente e quindi il suo PIL ne risentirà pienamente, perché è pur vero che ci sono case, capannoni, beni e strade da ricostruire però un'intera zona ha praticamente smesso di produrre in pochi giorni (stesse considerazioni per il Giappone, anche se qui entrano in gioco ulteriori variabili).
Detto ciò, il PIL ha i suoi difetti sul piano della misurazione del benessere, ma è un buon indicatore puramente "economico" (che è quello che statisticamente è più rilevante per le varie misurazioni).
Torniamo ai quattro indicatori
Se questi fattori incidono sulla crescita dell'economia è abbastanza facile intuire perché siamo in crisi in questo momento (tralasciando le cause quindi).
I consumi, ampiamente determinanti, sono scesi parecchio perché ci sono meno soldi;
le imprese non investono perché le aspettative non sono ottimistiche per il futuro (l'articolo indica le tasse prima di tutto, queste sono sicuramente importanti ma molto più determinante è la previsione di ripresa dei mercati e dei consumi, altrimenti pochi saranno incentivati a investire soldi per migliorare la produzione);
la spesa pubblica viene tagliata per via degli obblighi di bilancio;
le importazioni negli ultimi dieci anni sono sempre state superiori alle esportazioni, quindi non hanno contribuito al PIL anzi lo hanno ridotto, solo quest'anno abbiamo avuto il primo avanzo dovuto ad una riduzione dei consumi/importazioni molto consistente (le importazioni che facciamo noi, sono un incremento di PIL per lo Stato da dove provengono).
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