giovedì 29 agosto 2013

Il Governo e la salvaguardia degli Asset strategici

Il decreto-legge num. 21 del 2012 (approvato nel maggio dello stesso anno) disciplina le norme nazionali in materia di poteri speciali dello Stato per quanto riguarda determinati "asset" societari in settori chiave dell'economia.
Vale la pena approfondire tale nuova normativa, vista la delicatezza del tema e i contrasti a livello europeo.

Questo tipo di provvedimenti si colloca nell'ambito della c.d. golden share, ossia in relazione ai diritti speciali che vantava lo Stato-azionista nei processi di privatizzazione; in questo caso però non si tratta di liberalizzazioni o privatizzazioni, ma in particolare dei poteri speciali che detiene ancora oggi lo Stato in qualità di azionista di alcune società chiave (Eni, Enel ecc.), nonché di poteri "potenzialmente esercitabili" nel caso di società private (anche non partecipate dallo Stato) ma di interesse strategico.
Tali poteri gli consentono una notevole influenza nella gestione e in alcune decisioni chiave relative a tali società, pur mantenendo una percentuale di controllo non totalitaria o nulla. 
I poteri speciali di cui si parla sono in generale (li vedremo nel dettaglio più in basso): la facoltà di dettare specifiche condizioni all’acquisito di partecipazioni, di porre il veto all’adozione di determinate delibere societarie e di opporsi all’acquisto di partecipazioni (scalate esterne).
La disciplina previgente era regolata dal dl 332/1994 (e successive modificazioni/integrazioni), oggetto di forti critiche e contenziosi a livello europeo e ora modificato notevolmente dal dl in questione.

Per quanto concerne i settori della Difesa e della Sicurezza nazionale, sarà compito del Governo individuare le attività strategiche chiave verso cui esercitare i poteri speciali
La prima differenza rispetto a prima sta proprio nel fatto che le impresa potenzialmente coinvolte non sono più solo le società appena privatizzate, ma tutti gli enti.
Viene poi detto che l'esercizio di tali poteri deve essere subordinato all'esistenza di una minaccia di grave pregiudizio per tali settori, identificando tre poteri principali:
  1. opposizione all'acquisto, a qualsiasi titolo, di partecipazioni in un'impresa che svolge attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale da parte di un soggetto diverso dallo Stato italiano, enti pubblici italiani o soggetti da questi controllati.
    Il potere è attivabile qualora l'acquirente venga a detenere, direttamente o indirettamente, anche attraverso acquisizioni successive, per interposta persona o tramite soggetti altrimenti collegati, un livello della partecipazione al capitale con diritto di voto in grado di compromettere nel caso specifico gli interessi della difesa e della sicurezza nazionale.
     
  2. veto all'adozione di delibere relative ad operazioni straordinarie o, comunque, di particolare rilevanza.
     
  3. imposizione di specifiche condizioni relative alla sicurezza degli approvvigionamenti, alla sicurezza delle informazioni, ai trasferimenti tecnologici, al controllo delle esportazioni, nel caso di acquisto a qualsiasi titolo di partecipazioni in imprese che svolgono attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale.
     
Al fine di valutare se da tali delibere può derivare una minaccia di grave pregiudizio per gli interessi della sicurezza nazionale, il Governo deve considerare, tenendo conto dell'oggetto della delibera:
  • la rilevanza strategica dei beni o delle imprese oggetto di trasferimento;
  • l'idoneità dell'assetto risultante dalla delibera o dall'operazione a garantire l'integrità del sistema di difesa e sicurezza nazionale, la sicurezza delle informazioni relative alla difesa militare, gli interessi internazionali dello Stato, la protezione del territorio nazionale, delle infrastrutture critiche e strategiche e delle frontiere;
  • gli ulteriori elementi indicati al comma 3 dell’articolo in esame, ovvero gli elementi necessari a valutare se una minaccia di grave pregiudizio per gli interessi essenziali della difesa e della sicurezza nazionale possa derivare dall’acquisto di partecipazioni in imprese del relativo comparto.
Oltre a questa valutazione, il Governo deve anche esaminare alla luce della potenziale influenza dell'acquirente sulla società, anche in ragione della entità della partecipazione acquisita, i seguenti elementi:
  • l'adeguatezza tenuto conto anche delle modalità di finanziamento dell'acquisizione, della capacità economica, finanziaria, tecnica e organizzativa dell'acquirente nonché del progetto industriale in riferimento ai seguenti aspetti: regolare prosecuzione delle attività; mantenimento del patrimonio tecnologico, anche con riferimento alle attività strategiche chiave; sicurezza e alla continuità degli approvvigionamenti; corretta e puntuale esecuzione degli obblighi contrattuali assunti nei confronti di pubbliche amministrazioni, direttamente o indirettamente, dalla società le cui partecipazioni sono oggetto di acquisizione, con specifico riguardo ai rapportirelativi alla difesa nazionale, all'ordine pubblico e alla sicurezza nazionale.
  • l'esistenza, tenuto conto anche delle posizioni ufficiali dell'Unione europea, di motivi oggettivi che facciano ritenere possibile la sussistenza di legami fra l'acquirente e paesi terzi che non riconoscono i principi di democrazia o dello Stato di diritto, che non rispettano le norme del diritto internazionale o che hanno assunto comportamenti a rischio nei confronti della comunità internazionale desunti dalla natura delle loro alleanze o hanno rapporti con organizzazioni criminali o terroristiche o con soggetti adesse comunque collegati.


Per quanto riguarda il settore dell' energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni, sarà il Governo ad individuare reti, impianti e beni considerati di rilevanza strategica in tali settori.
Non viene però data nessuna indicazione sui criteri da adottare per considerare o meno determinati assets come strategici.

A seguito di  qualsiasi delibera, atto o operazione, adottata da una società che detiene uno o più degli attivi “strategici”che abbia i seguenti effetti
  •  modifiche della titolarità, del controllo o della disponibilità degli attivi; 
  • cambiamento della loro destinazione, comprese le delibere dell'assemblea o degli organi di amministrazione aventi ad oggetto la fusione o la scissione della società; 
  • trasferimento all'estero della sede sociale; trasferimento dell'azienda o di rami di essa in cui siano compresi detti attivi o l'assegnazione degli stessi a titolo di garanzia; 
  • mutamento dell’oggetto sociale; 
  • scioglimento della società; 
  • modifica di clausole statutarie eventualmente adottate ai sensi dell’articolo 2351, terzo comma, del codice civile - l’introduzione di limiti al diritto di voto condizionati al raggiungimento di una misura massima di possesso azionario -, ovvero introdotte ai sensi dell’articolo 3, comma 1, del decreto-legge n. 332 del 1994 - limite massimo di possesso azionario pari al 5 per cento -). 
...In tali casi il potere di veto è esercitabile a patto che ci sia una minaccia di grave pregiudizio (come sopra).

Nel caso di acquisto/interessamento da parte di un soggetto esterno all'UE (cioè qualsiasi persona fisica o giuridica che non abbia la residenza, la dimora abituale, la sede legale o dell'amministrazione ovvero il centro di attività principale in uno Stato membro dell'Unione europea o dello Spazio economico europeo, o che non sia comunque ivi stabilito), condizione per l’esercizio del potere è che l’acquisto comporti una minaccia di grave pregiudizio agli interessi essenziali (come negli altri casi), però in tali casi l'esecutivo può:
  • condizionare l'efficacia dell'acquisto all'assunzione, da parte dell'acquirente, diimpegni diretti a garantire la tutela degli interessi relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti;
  • in casi eccezionali di rischio per la tutela dei predetti interessi, non eliminabiliattraverso l'assunzione dei predetti impegni, opporsi all'acquisto sulla basedella stessa procedura.
Successivamente sono elencati anche i criteri per l'utilizzo dei poteri speciali, due in totale:
  1. tenuto conto anche delle posizioni ufficiali dell'Unione europea, l'esistenza dimotivi oggettivi che facciano ritenere possibile la sussistenza di legami fral'acquirente e paesi terzi che non riconoscono i principi di democrazia o delloStato di diritto, che non rispettano le norme del diritto internazionale o chehanno assunto comportamenti a rischio nei confronti della comunitàinternazionale desunti dalla natura delle loro alleanze o hanno rapporti conorganizzazioni criminali o terroristiche o con soggetti ad esse comunque collegati;
  2. l'idoneità dell'assetto risultante dall'atto giuridico o dall'operazione, tenutoconto anche delle modalità di finanziamento dell'acquisizione e della capacitàeconomica, finanziaria, tecnica e organizzativa dell'acquirente, a garantire: a) la sicurezza e la continuità degli approvvigionamenti; b) il mantenimento, la sicurezza e l'operatività delle reti e degli impianti.

Conclusioni

Qui i giudizi dipendono molto dalle concezioni di partenza: se riteniamo che lo Stato debba mantenere una certa partecipazione minima (o forte regolazione) in determinati settori chiave (per es. Snam - rete gas-, Terna - rete elettrica-, Eni -estrazione e raffinazione-, Finmeccanica -difesa-, ecc.) allora non possiamo che essere favorevoli a queste restrizioni "potenziali" che lo Stato può vantare in determinati casi, proprio perché prendiamo come punto di riferimento il fatto che tali aziende/enti non devono essere trattati come semplici società e devono perciò rientrare in un regime speciale che non sottostà alle classiche regole in tema di scalate azionarie e struttura societaria (in quanto aziende che si occupano di reti o settori "delicati"). 
Viceversa è evidente che tale provvedimento non verrà probabilmente molto apprezzato.
Io personalmente mi ritrovo nel primo gruppo; tuttavia ammetto che rispetto al fatto del controllo/partecipazione pubblica nonché ai casi che ho elencato (Snam, Terna ecc.), dove mi sembra che tale approccio sia in parte più condivisibile, sarà molto più probabile che le liti con l'UE, riguardo la genericità dei criteri e requisiti di tali poteri, continuino. Anche perché ad eccezione dei casi di forte concentrazione di quote di mercato sarà sicuramente difficile provare il rischio di grave pregiudizio (se proprio non stiamo parlando dell'acquisizione cinese di Eni), per cui saremo nuovamente esposti a critiche della Commissione.
Tali critiche dovrebbero farci riflettere sulla nostra struttura economica e sul mercato comune: infatti sia noi sia altri paesi europei (Francia e Germania in primis) condividono una notevole presenza pubblica nell'economia, presenza che contrasta direttamente o indirettamente i principi liberisti su cui si basa il mercato unico; il bello di tutto ciò è che nell'ottica europea tali "golden share" o simili sono effettivamente pregiudizievoli del libero mercato, per cui è il caso di chiedersi se sia sensato andare oltre, lasciandoci indietro retaggi di intervento pubblico di questo tipo, o arrestarsi un attimo per capire verso quale direzione convogliare il mercato unico. 
Ovviamente si tratta di spunti teorici, che approfondiremo alla prima occasione in cui esamineremo diseguaglianze e inefficienze nell'Unione Monetaria.
















sabato 17 agosto 2013

Scorporo della Rete Telecom

Nell'ultimo periodo sono circolate molte informazioni riguardo una possibile separazione della società Telecom Italia Spa dalla Rete di trasmissione/comunicazione nazionale che ora controlla.
Vediamo di che si tratta con un primo sguardo introduttivo e un successivo approfondimento.

Breve riassunto...
Dopo le varie indiscrezioni trapelate nei mesi estivi il primo fatto concreto degno di nota risale al 30 maggio, quando Telecom inviò una prima bozza preliminare di scorporo all' AGCOM (il Garante per le telecomunicazioni) per ottenerne un parere sulla fattibilità e correttezza.
Il 25 luglio l' AGCOM dà il suo assenso, concedendo il via libera a Telecom affinché integri il dossier con la decisione di scorporo ed effettui le necessarie analisi di mercato.
A questo punto ogni decisione ulteriore è rimandata a settembre, finché non verranno acquisite tutte le informazioni e attuate tutte le procedure di legge necessarie.

Di cosa si tratta?
Il c.d. scorporo della Rete non è altro che una semplice separazione tra il proprietario della Rete e chi la gestisce. In particolare nell'attuale situazione vediamo che il proprietario (Telecom Italia) è anche il gestore del servizio ed è quindi presente un classico caso di monopolio di impresa, più nello specifico un "monopolio naturale/di rete", cioè una situazione in cui la presenza di una singola impresa che possiede la rete è più EFFICIENTE di un contesto di concorrenza tra aziende.
Nel caso in dettaglio dovrebbe trattarsi di un trasferimento in una nuova società della sola parte di rete non replicabile, cioè il c.d. ultimo miglio, ossia la tratta di rete che raggiunge gli utenti finali e che in Italia è coperta tramite doppino in rame (che garantisce prestazioni scarse), eccezion fatta per alcune città dove Fastweb ha adottato connessioni finali in fibra ottica (Torino compresa). All'interno di questa parte di rete, lo scorporo riguarderebbe i sistemi passivi (cavi, permutatori, canaline) e attivi (quelli per la fornitura dei servizi TLC), entrambi per la parte in fibra, mentre per quella in rame i sistemi attivi rimarrebbero a Telecom.

Come mai ciò?
Per il semplice fatto che la rete in questione non si può replicare per via dell'enorme e inutile dispendio di risorse, inoltre il suo frazionamento in "sotto-reti" o simili porterebbe notevoli complicazioni nella gestione del servizio e nell'accessibilità tra operatori che potrebbero vantare il loro potere di mercato su un determinato tratto/zona per chiedere condizioni più vantaggiose (un esempio macro: il gas russo che transita negli oleodotti ucraini permette all'Ucraina di mantenere una forte posizione di potere nelle trattative russe sul prezzo, portando a situazioni anche estreme dove però a farne le spese saranno gli utenti finali).

Qualcosa su Telecom...
Telecom Italia Spa ha attualmente una posizione di "incumbent" nel mercato delle TLC, perché pur essendo stato liberalizzato tale settore mantiene una notevole quota di mercato, molto più alta delle altre aziende incumbent europee: nei servizi di accesso a banda larga è passata dal 70% del 2004 al 50% del 2012, un dato comunque superiore alle altre esperienze europee che dimostra la lenta gradualità del ridimensionamento della quota di mercato.
Per quanto riguarda la società in se vi è un azionista di maggioranza frutto di un patto parasociale, il consorzio Telco, che possiede il 22,39%, vi è Findim Group di Marco Fossati, che possiede il 4,99%, e la restante parte è frazionata sul mercato. Nel dettaglio, Telco è partecipata al 46,18% da Telefonica, al 11,62% da Intesa San Paolo, al 30,58% da Generali Assicurazioni, al 11,62% da Mediobanca.

Quadro normativo
Attualmente la Direttiva 2002/19/CE (c.d. Direttiva Accesso), modificata dalla Direttiva 2009/140/CE, detta le regole in tema di separazione della rete di accesso, in particolare un tale processo di liberalizzazione "sostanziale" del settore può essere forzato dalle Autorità Nazionali oppure effettuato volontariamente, come in questo caso, evidenziando che è compito dell'azienda in questione informare l'Autorità Garante affinché integri le procedure previste a livello nazionale (DLGS 70/2012) quali la valutazione preliminare dell'Authority, l'analisi di mercato, il rispetto delle norme europee ecc.

Quadro microeconomico
Vi sono vari metodi elaborati per garantire un processo di scorporo efficiente e un servizio post-liberalizzazione che non penalizzi gli utenti finali.
La soluzione che sembra più discussa al momento rappresenta la creazione di una newco che abbia una partecipazione pubblica minoritaria ma sostanziale (per esempio Terna -rete elettrica- è partecipata al 30% circa, Snam -rete gas- lo stesso) e la restante parte in mano a investitori qualificati o eventualmente i vari operatori sul mercato TLC (per esempio garantendo una quota minima uguale per tutti indipendente dalla quota di mercato dell'operatore ed impedendo scalate di mercato) o ancora frammentato sul mercato.
Eventuali altre opzioni riguardano per lo più determinati parametri da prendere in considerazione per permettere all'Authority un controllo efficiente e un'adeguata valutazione dei costi di produzione degli operatori, in particolare quelli dominanti.

Alcune indiscrezioni...
Si parlava di una eventuale partecipazione pubblica, più probabilmente di un intervento della Cassa Depositi e Prestiti (già presente per altri settori) anche se attualmente non vi è nulla di certo e nelle varie audizioni alle Camere è stato solo espresso interessamento riguardo all'entrata della CDP nella fase successiva dell'operazione (1, 2).
Un dettaglio abbastanza fastidioso: alcune "dispute" tariffarie (riguardo i prezzi di accesso per gli operatori alla rete in rame di proprietà Telecom) contestualmente in atto tra l'AGCOM e Telecom (qui) e successivamente tra AGCOM e l'UE (qui), rischiano di rallentare molto, se non arrestare, l'operazione di scorporo attualmente in corso.

Conclusioni
Nel mondo della politica sembra esserci un certo consenso nei riguardi di questa operazione (e questo potrebbe prevenire eventuali ostruzionismi, favorendo il processo) e la stessa UE, nonché l'AGCOM, si sono dimostrati favorevoli a mini-liberalizzazioni di questo tipo (soprattutto per via del basso livello di concorrenza presente in molti settori italiani, rispetto alle aspettative europee).
I soci di Telco non hanno mostrato particolari critiche (perlomeno i principali, inclusa Telefonica), per cui anche dal versante interno l'operazione sembra pressoché accettata (vedremo ora dopo le "indiscrezioni" di cui sopra).
Qualunque modello di scorporo verrà adottato, soprattutto in relazione all'assetto societario della newco, il vero obiettivo primario per tutte le parti è raggiungere il c.d. Equivalence of input (EoI, presente in UK) ossia una assoluta parità di accesso alla rete da parte di tutti gli operatori, a differenza dell'attuale Equivalence of Output (EoO, presente in Italia), ossia l'accesso è garantito in modo da rispettare la parità assoluta nei risultati ma non nelle modalità. La differenza può sembrare banale ma l'Eoi è chiaramente più trasparente e chiaro, ed è per questo tutto sommato privilegiato dai regolatori.
In ogni caso la separazione funzionale/scorporo di cui abbiamo parlato non necessariamente deve prendere a modello un caso europeo simile, soprattutto perché attualmente vi sono paesi quali Francia, Spagna, Olanda e Polonia dove l'opzione scorporo non è stata presa in considerazione.

In linea di massima sarebbe perfino sufficiente di per se un passaggio dal EoO al EoI, per garantire maggiore concorrenza, però vista la debolezza e inefficacia delle Authority italiane ritengo sia molto più proficuo uno scorporo effettivo e comunque un "distacco" dalla ingombrante presenza di Telecom, sia per garantire un gestione e investimenti nella rete di un certo livello, sia per avere una presenza pubblica minima ma "interna" (cioè non solo una Autorità che regoli dall'esterno tariffe e comportamenti senza conoscere la gestione interna della società e la maggior conoscenza che ne deriva) così da garantire l'accesso a informazioni che altrimenti non sarebbero possibili (tutelando maggiormente gli utenti finali in tema di prezzi e condizioni). Questo perché sono convinto che la PRESENZA pubblica, seppur minoritaria, dia a tale soggetto delle informazioni (in particolare sui costi di produzione) in grado di valutare attentamente le politiche di prezzo e gli investimenti ed evitando di scadere nella banale ricerca del profitto del privato (visto che si tratta di un servizio parzialmente pubblico); è sufficiente un esempio: la presenza del Comune di Torino in GTT (Trasporto pubblico locale), seppure non sia necessario la partecipazione totalitaria (basterebbe il 51%), permette al Comune di conoscere i costi di gestione del servizio e di conseguenza adottare politiche di prezzo volte a mantenere per esempio un basso costo del biglietto su determinate tratte o in generale per incentivare l'uso del trasporto pubblico, non dovendo necessariamente andare in utile ma anche solo pareggiando costi-ricavi.
Poi possiamo discutere a lungo sulle inefficienze e clientelismi nella gestione degli amministratori e del personale, però è plausibile ritenere che la presenza pubblica "interna" permetta una MIGLIORE conoscenza del servizio e quindi garantisca una sua MIGLIORE regolamentazione. Perciò la presenza della CDP, o simili, nella gestione della Rete ritengo comporti maggiori vantaggi, rispetto agli svantaggi presenti, soprattutto in termini di tutela del consumatore. Si vedrà...
















lunedì 20 maggio 2013

TAV (approfondimento tecnico)

Riprendiamo i precedenti punti e vediamo di capire come entrano nel dibattito, singolarmente.

Ce lo chiede l'Europa...
In realtà l'Europa non ci ha imposto di creare a tutti i costi una nuova linea, semplicemente ritiene che il collegamento ferroviario correlato al Progetto Prioritario 6 (1, 2, 3), e più in generale tutto il sistema dei trasporti intra-europeo, debba essere ammodernato e potenziato così da integrare la rete ferroviaria  (e in generale le varie tipologie di trasporto), favorire la connessione delle grandi reti coi territori locali e regionali, nonché facilitare il trasporto di persone e merci  (1, 2).
In particolare l'Europa ha in mente un trans-european rail network e in più nello specifico un trans-european high speed rail network (che ci interessa in quanto più direttamente correlato col Progetto 6) che promuove il collegamento ad Alta Velocità (d'ora in poi AV); a tal fine ha emanato tre direttive dove definisce i requisiti tecnici affinché si possa parlare di AV (1, 2, 3):
in particolare risulta molto chiaro che i parametri richiesti non sono così stringenti come sembra, nel senso che viene sostanzialmente riconosciuta come linea AV qualunque rete ferroviaria costruita o "aggiornata" per permettere viaggi ad AV, definendo come AV una qualunque velocità compatibile con la linea esistente (in caso di "upgrade") o di 250 km/h o più (in caso di nuova costruzione).
Il caso italiano si troverebbe a metà tra i due, poiché in parte sarebbe aggiornata e in parte costruita (ma non superando i 220 km/h). Niente di specifico o problematico al riguardo, insomma.

Ricollegandoci al discorso tecnico di prima, bisogna sottolineare il fatto che la sagoma (diciamo altezza e larghezza del veicolo ferroviario; sagoma è sinonimo di "profilo") prevista dal progetto TAV (di profilo PC65 o PC80) è molto più ampia rispetto a quella richiesta dagli standard europei (UIC 505-1, GA, GB o GC), richiedendo perciò la costruzione di una nuova linea che abbia una pendenza media minore (all'incirca dimezzata, dal 33% massimo al 12,5% massimo; 1, 2, 3) e che possa permettere il trasporto di grossi container.
Viceversa sarebbe bastata la linea storica (aggiornata alla sagoma GB1, quindi compatibile), infatti tale sagoma è compatibile con gli standard attuali (e col PC45) ma non con sagome/profili superiori.

Chiarissimo direi...
...Ma quale sarebbe il vantaggio di tale ampliamento? Il PC45 dà già la possibilità di effettuare il trasporto di camion su treno (la c.d. autostrada viaggiante, nell'ambito del concetto di trasporto intermodale), viceversa sagome superiori (quelli ipotizzati dalle stime SI TAV) permetterebbero la creazione di un' autostrada ferroviaria a grandi sagome, che ritengono più competitiva. Su questa stima non c'è materiale sufficiente per controbattere, però dal punto di vista tecnico l'attuale situazione ferroviaria in Europa vede una netta prevalenza in Francia, Spagna e Italia (centro-nord) delle sagome PC45, a fronte di una prevalenza dei PC80 in Austria, Ungheria e Germania (1, 2, 3).
I NO TAV fanno notare che il problema non è adeguarsi al livello PC65 o più, quanto piuttosto l'adeguamento allo stesso livello PC45 di tutte le direttrici ferroviarie, non solo del tunnel di base, in particolare i collegamenti porti-tunnel (ora fortemente limitati da tali lacune).
Per di più tale adeguamento sarebbero sicuramente meno costoso del progetto low cost, viene infatti portato come esempio il lavoro di ammodernamento del Tunnel del Frejus (qui), in cui si è agito nel senso di ampliare la sagoma (principalmente) portando il profilo agli standard internazionali.

Per concludere il discorso pendenza bisogna capire che la questione è molto soggettiva (più del solito) per cui a seconda delle stime di riferimento sulle modalità e tipologie di trasporto su rotaia ci saranno diverse ipotesi più o meno supportate. In particolare sembrerebbe sensato affermare che la maggiore pendenza è un notevole ostacolo al trasporto merci e containers, in quanto richiederebbe maggiori costi (doppia locomotiva motrice, minori lunghezza treni, minore velocità e minore profilo).          

Il problema dell'approccio tecnico è che non è univoco e conclusivo come si potrebbe pensare, ossia nessuna delle due parti riesce a portare tesi determinanti che dimostrino inequivocabilmente la necessità (tecnica) o meno di una nuova linea oppure di un semplice lavoro di aggiornamento-manutenzione.
Da una parte abbiamo il problema "pendenza", dall'altra la questione "sagoma".
E' perciò determinante capire se il punto di vista economico sia sensato in termini pratici (in particolare sul dibattito riguardo le "previsioni" sui flussi) e in termini teorici (sul costo-opportunità di tale opera).
Perché determinante? Perché in tal caso un eventuale scenario previsionale positivo potrebbe giustificare un intervento di rilevanza maggiore, come una nuova linea, rispetto ad altri più classici interventi.

Economia (teoria)
Molti hanno rimarcato il fatto che i soldi usati per la TAV (circa 600 mln quest'anno) potevano essere dirottati per rilanciare l'economia, diminuire il debito pubblico o per fini sociali.

Primo: tecnicamente la TAV rilancia l'economia, perché è un'opera pubblica nel senso più classico del termine (infatti è un'infrastruttura) e il suo processo di costruzione non può che avere riflessi positivi in termini di crescita dell'economia; stiamo parlando degli effetti indotti/indiretti di una qualsiasi opera pubblica: il costo della costruzione è un ricavo per le ditte che vi partecipano (maggiori ricavi per le ditte significano maggiore occupazione, maggiori lavoratori o maggiori stipendi significano maggiori consumi e in definitiva maggiori entrate per lo Stato e maggiore crescita del PIL); la sua realizzazione "apre" potenzialmente al commercio le zone beneficiarie, che fossero chiuse o meno, si tratta di un effetto derivante in parte dalle maggiori aspettative ottimistiche sul futuro di queste aree (aspettative che possono per es. portare privati ad investire nell'indotto che verrà a generarsi o ad aprire attività ravvisando una possibilità di guadagno) e in parte dai benefici economici effettivi in termini di maggiori traffici (che per quanto minimi ci saranno); in generale tutte le minime attività secondarie, dal pagamento della parcella dei progettisti fino ai costi di inaugurazione, sono inevitabilmente correlate con la crescita economica (mi spiace ma il PIL funziona così).

Secondo: 3 mld totali risparmiati, che siano risparmiati in un anno o in più anni, non aiutano a ridurre il debito pubblico, questo per il semplice fatto che la grandezza in questione supera i 2.000 mld (quindi l'effetto è abbastanza scialbo), poi perché tali soldi non dovrebbe essere utilizzati per altro (sarebbero vincolati a ricomprare e annullare nostri titoli di Stato, per cui sono soldi persi) e infine, nell'ipotesi "meglio che niente", è comunque un intervento inutile perché non si tratta di un risparmio "strutturale" (come può essere uno stipendio di un dipendete pubblico, cioè un tot ogni anno) ma sarebbe un semplice risparmio una tantum.

Terzo: spostare tali soldi al fine di utilizzarli per scopi meritevoli quali l'assistenza ai disabili, la cassa integrazione, l'aumento delle erogazioni a favore dei meno abbienti ecc. è sicuramente più giustificabile del finanziamento della TAV, però è inquadrato in un'ottica controproducente nel lungo periodo: in teoria gli investimenti dello Stato servono per favorire crescita e sviluppo dopo un tot di anni, in funzione del miglioramento delle condizioni della nazione nel complesso; se tagliassimo le opere pubbliche, destinando tutto al sociale, daremmo un sostegno enorme a molte persone, ma nel lungo periodo non saremmo più in grado di mantenere gli stessi servizi ai meno abbienti (per es.) al livello voluto, in quanto il mancato adeguamento tecnologico o infrastrutturale sarebbe innanzitutto più costoso (e più inefficiente) e più penalizzante per il sistema economico nel complesso.
Senza entrate in argomentazioni economiche complesse: siamo in un sistema capitalista o semi-capitalista, quindi agire in questa direzione (per quanto condivisibile) non porterebbe a risultati ottimali (perfino per le persone stesse che inizialmente ne beneficerebbero).

Economia (pratica)
Questo è un punto critico. Data la premessa che ho fatto più su (riguardo la parte tecnica), tale paragrafo determinerà per il 50% se l'opera abbia senso o meno (l'altro 50% riguarda l'impatto ambientale).
I dati parlano chiaro (1, 2, 3, 4, 5): il traffico ferroviario attuale Italia-Francia NON giustifica la creazione di una nuova linea, visto che i collegamenti attuali sono FORTEMENTE sottoutilizzati (e in sostanziale stallo nell'ultimo decennio). Cioè attualmente si parla di 3,4 mln di tonnellate ca. l'anno, a fronte di una capacità che secondo i NO TAV arriva a 32,1 mln/t massimo (e 20 per i SI TAV). Un po' pochino.
Detto questo, universalmente riconosciuto, bisogna precisare che le previsioni derivano anche da altre variabili quali il PIL degli Stati coinvolti, l' Ageing Report della Commissione UE, fattori correttivi, elasticità tra crescita e domanda di trasporto ecc...per cui vengono sostanzialmente ipotizzati tre scenari previsionali (uno fortemente negativo, uno ampiamente positivo e una via di mezza che tiene conto anche dell'attuale stagnazione), di cui si riconosce solo l'alternativa di mezzo come la più probabile.
In sostanza si afferma che i vantaggi derivanti dall'avere una linea alternativa porteranno gli operatori a spostare su di essa parte del traffico che ora è su gomma (l'85% ca.), grazie ai minori tempi di percorrenza, maggiore carico trasportabile (maggiore sagoma e maggiore lunghezza treni) e minori costi. Purtroppo su questo punto bisogna essere più scettici del solito, e perfino un "semi-sostenitore" della TAV ci fa notare che tale passaggio da gomma a ferro non è immediato e non è determinato esclusivamente da minime differenze di costo (anche qui, NO TAV).
Tale spostamento dovrebbe insomma essere molto incentivato (parliamo di incentivi economici) oppure in parte obbligato.

Ho dato molta importanza a questo punto perché se già è probabile che, nei primi esercizi in cui sarà in funzione, i ricavi non coprano la gestione del servizio, tale scenario è ancora più negativo se a questo si aggiungono prospettive di traffico debolucce. Inoltre, a differenza delle questioni tecniche che possono essere risolte tramite ulteriori lavori di ammodernamento una tantum (così come si è fatto finora), un periodo di extra-costi/passività misto ad uno scarso utilizzo metterebbe a dura prova il mantenimento in esercizio della struttura.

L' impatto ambientale
Tre sono i problemi principali: amianto; uranio; drenaggio falde acquifere.
La presenza di amianto e uranio è confermata dagli stessi progetti TAV, però per quanto riguarda la diffusione del primo (e relativo smarino amiantifero) si parla solo di un 15% massimo e solo in un tratto breve del cantiere (per cui non si ritiene problematico allestire adeguate procedure per evitare la contaminazione con l'esterno), mentre per l'uranio (e il gas radon) si ritiene che la loro presenza sia insignificante (e comunque sotto le soglie di legge), per cui nel complesso si ipotizza uno scenario facilmente gestibile e scarsamente pericoloso (1, 2).
I NO TAV però sono fortemente critici su questo punto, infatti ritengono che la presenza di amianto e uranio sia stata sottostimata per via di trivellazioni e carotaggi effettuati solo su zone limitate e dove la presenza di tali elementi era di bassa intensità, citando a questo proposito studi contrastanti effettuati dall'Università di Siena e altre indagini (1, 2, 3, 4).
Essendo la questione assolutamente tecnica e molto caratterizzata dai riscontri empirici, sarebbe sicuramente il caso di effettuare nuove e molto più approfondite analisi così da avere un base di riferimento molto più solida.
Il problema del drenaggio delle falde acquifere consiste in sostanza nel rischio di prosciugare le sorgenti e i corsi d'acqua in seguito agli scavi effettuati. Sembra una questione sfigata fatta apposta per dare fastidio, in realtà si tratta di un rischio geologico non irrilevante, soprattutto perché conseguenze di questo tipo sono state rilevate in seguito agli scavi del Mugello (linea AV/AC Firenze-Bologna). (1, 2)
Essendosi già verificato il livello di attenzione è chiaramente più alto.
Al riguardo LTF ha dichiarato che esiste effettivamente tale possibilità, però ritiene più probabile un impatto massimo in tal senso non superiore ad un drenaggio di acque sotterranee di un certo ammontare (comunque consistente) e solo in relazione al tunnel di base e al tunnel di Bussoleno. Al riguardo la Commissione Europea, valutando tali progetti e rischi, ha concluso che il rischio presentato esiste ma ritiene sia sostanzialmente sufficiente mettere a punto misure precauzionali (1, 2).
Per concludere ripeto quanto detto sopra: per dare una maggiore valenza empirica all'impatto ambientale stimato sarebbe opportuno effettuare nuove e più estese analisi sul territorio, così da dipanare un po' i dubbi.

Ulteriori precisazioni
E' vero, ho tralasciato alcune questioni relative al dibattito, ma per il semplice fatto che (oltre a motivi di spazio) sono spesso forzate (come il dibattito sull'Analisi del ciclo vitale dell'opera o degli extra-costi tipici delle opere italiane), poco utili (come il dibattito sui detriti generati dagli scavi) o assolutamente fuorvianti/non determinanti nella decisione (come il dibattito riguardo il rumore degli scavi e il suo impatto su abitanti e fauna locale). Con tutto il rispetto possibile.

Conclusione
Come ho anticipato, se ipotizziamo che gli scenari energetici e di trasporto di lungo periodo potrebbero vedere un prezzo del petrolio relativamente sostenuto o peggio, e se perciò riteniamo il treno una valida alternativa ad alta velocità una valida alternativa (almeno finché non si potrà applicare la tecnologia solare agli aerei), possiamo schierarci a favore dell'opera, pur prescrivendo cautela durante gli scavi (in relazione ai dubbi emersi sull'impatto ambientale). Viceversa è plausibile abbandonare il progetto, pensando più seriamente ad un ammodernamento della linea esistente.
Nello scenario contrario invece, dal punto di vista operativo, potremmo fare nostri i consigli elencati nel progetto F.A.R.E. (quaderno 7) che prendono per buone molte premesse di LTF ma che suggeriscono in particolare una articolazione dell'opera per fasi (accantonando gli interventi previsti dal progetto low cost), realizzando prima le opere considerate più urgenti e corrispondenti ai tratti dove si prevede (secondo LTF) una saturazione più veloce. Chiaramente questo richiede un diverso approccio all'opera, maggiormente incentrato sul potenziamento della linea storica e su caratteristiche tecniche non di AV (pendenza leggermente maggiore e velocità inferiore a quella prevista, in particolare) ma più che altro di Alta Capacità, e proprio per questo tale progetto è stato recepito solo in parte da LTF (1).
Un punto che dovrebbe comunque essere accettato in entrambi i casi è che si dovrebbe valutare passo dopo passo (stiamo parlando di molti anni tra un "passo" e l'altro) la necessità o meno di ulteriori sviluppi e/o modificazioni degli interventi o del progetto (il progetto TAV ridenominato low cost si riferisce proprio a quello, ossia suddividere il progetto in parti più "piccole"). Questo è sicuramente indispensabile, data l'arco temporale di riferimento.

Mettiamola così: i dati disponibili (2011) evidenziano che i costi di trasporto sono aumentati su tutto l'arco alpino sia per via del maggior costo dell'energia che per l'aumento dei pedaggi, in particolare sono incrementati maggiormente nel trasporto stradale.
Se a questi dati aggiungiamo l'ipotesi costo del petrolio medio-alto (sulla base di questi dati: "scaramucce" internazionali, ripresa dei consumi nel medio periodo, crescita sostenuta dei paesi emergenti -Africa compresa-, riduzione riserve mondiali, difficile competizione di costo delle rinnovabili rispetto al carbone, gas e nucleare) allora ci viene più facile sostenere il progetto TAV nella sua versione a fasi.
Se invece prendiamo lo scenario del costo del petrolio in calo (sulla base di questi dati: produzione irachena triplicata nel medio periodo, forte stagnazione dei consumi, crisi/rallentamento dei paesi emergenti - India prima fra tutti- , avanzamento tecnologico tale da rendere conveniente ed efficiente le rinnovabili, incremento della produzione di shale gas e petrolio nell'America settentrionale, conferma della previsione di autosufficienza energetica degli USA nel medio termine) allora tanto vale rimodulare tale progetto.

Il problema di questo approccio, come tutti i problemi economici, è che le previsioni/dati sul costo del petrolio, nelle due varianti, non si escludono a vicenda anzi possono essere complementari tra loro, incasinandoci ancora di più il quadro complessivo.

Il fatto è che le premesse affinché la TAV possa portare benefici ci sono tutte (soprattutto il fatto che la zona di riferimento, la c.d. AlpMed, ha un'economia molto sviluppata e un interscambio notevole), però è totalmente in balia delle derive politico-economiche, cioè potrebbe benissimo favorire e concorrere ad incrementare esponenzialmente i traffici se venisse curata e sponsorizzata; ma dati i precedenti italiani, la situazione europea attuale e i vincoli dell'Euro possiamo veramente affidarci a tale scenario ottimistico?

Più soggettivo di così proprio non sarebbe possibile...
...E da questo - ovviamente soggettivo- punto di vista non posso che rifarmi alle mie convinzioni di massima, in particolare sul fatto di essere un sostenitore del trasporto su rotaia (anche obbligando/incentivando il trasporto merci in tal senso, se necessario, e propinando una riduzione dei tempi di trasporto -specialmente per il trasporto passeggeri-, quindi "eliminando" alla fonte il problema dei traffici) o comunque di un trasporto intermodale che privilegi treno e nave, ritenendo quindi di dover offrire in contropartita allo spostamento da gomma a rotaia un'infrastruttura che mantiene parte dei requisiti AV e parte di quelli AC (come è appunto delineata la "prima fase" TAV di cui abbiamo finora parlato). Insomma un' intervento è da attuare, se poi si tratta di una soluzione intermedia meglio ancora.
Purtroppo la scelta è meno netta e molto più disinteressata di quanto appaia e già nel precedente post lo avevo in parte sottolineato.
Detto questo non posso che ribadire quanto sia scialbo tutto il clamore che ha suscitato, in considerazioni dei problemi mille volti più gravi e mille volti più netti (nei risultati e azioni da intraprendere) che affliggono l'Italia.
Questo era assolutamente da precisare, visto che sembra tuttora che esista solo questo.















venerdì 17 maggio 2013

TAV

Effettivamente un argomento del genere mancava sul blog...e ora ci tocca capirci qualcosa in più.

Il progetto ferroviario della nuova linea Torino-Lione (più semplicemente TAV) prevede la realizzazione di una nuova linea ferroviaria tra Torino e Lione, a fianco di quelle già esistenti. Tale opera rientra nel più ampio Progetto Prioritario 6, ossia una linea ferroviaria trans-europea che dovrebbe connettere Lione all'Ungheria (fino al confine ucraino) e che fa parte delle reti TEN-T. In sostanza si tratta dell'obiettivo UE di rendere infrastrutturalmente adeguati e uniformi i collegamenti ferroviari tra tutti gli Stati membri, così da favorire scambi di merci e persone all'interno mercato unico europeo.

Come tempi, la TAV è un'idea venuta fuori sostanzialmente per la prima volta nel 1990.
Il momento decisivo si ha però nel 2001, quando viene ratificato un accordo con la Francia dove ci si impegna a vicenda a realizzare un nuovo collegamento ferroviario misto merci-viaggiatori tra Torino e Lione (art.1 dell'accordo). 
L'opera è suddivisa in 3 parti: una sezione comune costituita da un tunnel ferroviario a due canne, comprese le opere di raccordo del tunnel alla linea storica e alla futura nuova linea presso Bussoleno/Bruzolo e tutte le opere annesse; una parte italiana, tra i dintorni di Bussoleno/Bruzolo e il nodo di Torino; una parte francese, tra il Sillon alpin e i dintorni di St. Jean de Maurienne (art. 2).

Anche se il progetto di riferimento prevede maggiori interventi e costi, in seguito alla crisi e alle contestazioni, recentemente una versione low cost di quello che sarà il progetto definitivo (ma modificabile) è stata elaborato (e presentato un mesetto fa per raccogliere osservazioni). 
In particolare si prevede che: l'opera nel complesso sarà lunga 269,8 km (70% in Francia, 30% in Italia); la parte italiana conta 81,1 km, di cui 10 km di aree già antropizzate e l'88% in galleria (con 25 comuni interessati); la parte di "nuova linea" in Italia sarà di 18,1 km; il tunnel di base sarà lungo 57 km (45 km in Francia, 12 km in Italia); il costo finale del solo progetto low cost (quello su cui si discute ora) sarà di 8,2 mld (2,8 mld l'Italia, 2,07 alla Francia, 3,2 l'Europa) e la legge di stabilità ne ha già stanziati 2,94 mld. 

Di per sé questi dati non ci danno grandi indicazioni, meglio confrontare pro e contro emersi nel dibattito per avere un'idea generica della situazione tecnica.
Raggruppiamo i vari punti importanti e alcune mie precisazioni di massima (sia pro che contro) in macro-gruppi.

Dal punto di vista economico

  • il costo-opportunità di usare i 3 mld della TAV è sicuramente un valido punto critico, però reindirizzare 600 mln annui (i soldi TAV previsti per il 2012 per es.) per altri fini non cambierebbe la situazione economica in cui ci troviamo e, se proprio dobbiamo tirare in ballo l'economia, tutte le opere pubbliche in sé sono utili alla crescita o alla riduzione del debito pubblico (anche costruire un obelisco a Odino farebbe crescere il PIL, quindi non è un'argomentazione sufficiente); 
  • collegato al precedente, ma in versione socio-economica: tagliare tutte le opere pubbliche sicuramente ci darebbe più soldi da spendere per il sociale, ma ridurrebbe l'infrastruttura nazionale ad uno stato ancora più fallimentare di quello attuale (quindi non molto sensato nell'ottica di lungo periodo); 
  • il fatto che l'attuale progetto sia stato chiamato low cost non vuol dire che sia stato effettivamente ridimensionato, semplicemente si è deciso di partire con un "fase uno" (quindi minori costi) dove verrà realizzato solo il tunnel di base e "annessi e connessi" (poi si vedrà se proseguire).
  • è vero che citare i posti di lavoro previsti in seguito al progetto non è coerente con la metodologia di un'analisi costi-benefici, però è una conseguenza evidente di qualunque costruzione infrastrutturale o altro, per cui è un dato di fatto e non è il caso di montarci sopra una discussione dottrinale;
  • dire che l'opera sarà sicuramente in perdita già dall'inizio (ne parleremo poi) si scontra con argomentazioni teoriche sull'intervento dello Stato nell'economia (in questo caso in termini di infrastrutture), per cui si potrebbe benissimo sostenere che sia giustificabile (vedremo come);


Dal punto di vista tecnico

  • l'attuale linea storica è attualmente molto sottoutilizzata, per cui l'idea SI TAV è di catturare parte dei traffici su gomma per portarli su rotaia: questo non succederà mai, a meno che non venga incentivato od obbligato tale passaggio (questo è quasi certo, anche per ovvi motivi economici); 
  • la linea storica è vecchia ma è stata oggetto di ammodernamenti recenti,  per cui sembra sia ormai pressoché adeguata agli standard di trasporto internazionale; 
  • la TAV non sarà propriamente ad alta velocità in quanto la velocità massima ipotizzata è intorno ai 220 km/h, molto ridimensionata in particolare su alcune tratte più difficoltose, per cui le ipotesi di dimezzamento dei tempi di trasporto sembrano essere molto ottimistiche (detto questo è ovvio che un minimo vantaggio temporale ci sarà, probabilmente non un dimezzamento); 
  • in ogni caso i tempi di percorso potrebbero essere pressoché ugualmente ridotti eliminando parte delle fermate intermedie attuali;
  • la pendenza è certamente un problema evidente e riconosciuto, però alcuni sostengono che limitando parte delle opzioni di trasporto sia sufficiente ammodernare la linea storica per raggiungere una pendenza accettabile (è senza dubbio il punto tecnico più complicato); 


Dal punto di vista ambientale

  • l'impatto ambientale è fortemente sostenuto dal fronte NO TAV, mentre il SI TAV fa proprie le documentazioni e le perizie predisposte da LTF, dove risulta che la presenza di amianto è effettiva ma molto ridimensionata e facilmente gestibile, e che la presenza di uranio e radon è pressoché minima (in sostanza niente di particolarmente pericoloso); 
  • il punto dolente è il drenaggio delle falde acquifere, già verificatosi su altre linee, che viene riconosciuto come il problema ambientale più grosso anche da LTF, ma che secondo la stessa LTF andrebbe ad incidere solo in casi specifici e in quantità modeste (ci ritorneremo); 


Dal punto di vista politico

  • dire che ci sono infiltrazioni mafiose negli appalti è un falso problema, primo perché la mafia arriva pressoché in ogni grossa opera pubblica, secondo perché non costruire opere pubbliche "perché poi viene la mafia" non mi sembra molto sensato (se non ci fossero ebrei non ci sarebbero nazisti, deh?!) e di certo non giustificherebbe l'immobilismo di per sé (al massimo si può parlare di come efficientare i controlli in tal senso);
  • se Lunardi, Pieraccioni o chicchessia hanno avuto qualsivoglia interesse implicito (tornaconto indiretto) affinché l'opera venisse fatta, questo è secondario e io mi concentrerò sulla giustificabilità stessa dell'opera in termini di utilità per l'Italia;

Questo sono in generale i punti più validi da cui partire, ma per poter analizzare meglio la questione occorre scendere nel dettaglio tecnico, altrimenti non è così facile schierarsi.
Per questo ci va un post a parte (dove fra l'altro indicherò tutti i documenti che userò e da cui ho preso spunto per sintetizzare questi punti).

















domenica 12 maggio 2013

Spread

A grande richiesta riporto il paragrafo sullo spread, tratto dalla mia tesina di laurea.

[...]Questa parola, se usata in ambito bancario, indica semplicemente  il “differenziale” rispetto al costo del denaro e di approvvigionamento applicato dalla banca ad un prestito, mentre lo spread di cui si parla tanto non è altro che il “differenziale di rendimento tra diversi titoli quotati. Nel caso italiano è tristemente famoso perché misura il differenziale di rendimento (quindi la “distanza” tra i due tassi d’interesse in punti base) tra titoli di Stato tedeschi (Bund) e titoli di Stato italiani (BTP), normalmente quelli con scadenza a 5 o 10 anni


Come mai questo spread, che altro non è che un indicatore qualsiasi, è diventato così importante? E perché il titolo di riferimento è il Bund (almeno nel contesto europeo)?


Queste sono state le tipiche domande alle quali opinionisti ed economisti, nonché giornalisti, hanno dovuto rispondere nell’ultimo anno circa (partendo da giugno-luglio 2011) e alle quali è in realtà molto semplice rispondere dare una risposta netta, ma molto più complesso spiegare tutto il meccanismo sottostante. 
Infatti alla prima domanda su “Che cos’è lo spread?” basta semplicemente rispondere riprendendo la definizione di poche righe che ho dato pocanzi, ma delineare come mai si è arrivati a parlare di spread BTP-Bund e come mai il riferimento principale di questo indicatore è un tasso d’interesse di due titoli di stato, questo è tutto un altro paio di maniche.

Un fatto che ormai è stato compreso da tutti è che lo spread è direttamente correlato con la credibilità del paese alternativo, e di solito più debole, rispetto al paese di riferimento (quest’ultimo è la Germania, nel caso italiano ed europeo), specificando che con credibilità si intende l’insieme dei dati macroeconomici e fattori politici che influiscono sul giudizio degli investitori internazionali, spingendo quest’ultimi a richiedere un tasso d’interesse maggiore sui soldi investiti in esso, a seconda del “rischio paese”, investimenti che nel nostro caso riguardano in particolare l’acquisto di titoli di debito pubblico quando vengono messi all’asta (nel mercato primario) o anche quando vengono scambiati successivamente (nel mercato secondario). 

Un esempio chiarirà le idee: nell’ultimo periodo di governo del precedente esecutivo (il Governo Berlusconi) oltre ai dati negativi sull’aumento del debito pubblico, sull’aumento degli interessi sul debito stesso e sulle prospettive di ripresa negative per almeno due-tre anni, ha giocato un ruolo fondamentale la convinzione tra gli operatori finanziari che l’Esecutivo non era in grado o non voleva varare le riforme necessarie a superare la recessione (la credibilità del Governo e quindi dello Stato stesso è stata messa in dubbio) e che l’Unione Europea non sarebbe intervenuta poiché troppo divisa al suo interno, spingendo così in pochi giorni il pluricitato spread a livelli record tramite le vendite continue e massicce di titoli di debito nostrani (è evidente il ruolo giocato dalle "mani forti", ossia dai grandi operatori di mercato quali le banche di investimento).

Il fattore credibilità è quindi fondamentale per ricorrere al mercato finanziario senza pagare tassi d’interesse esorbitanti, ma è composto da componenti di varia natura (sia politiche che finanziarie) ed è perciò caratterizzato da un’ampia “volatilità” (variazione), a seconda delle notizie e del “sentiment”, ossia dell’opinione dominante in quel momento sui mercati (nonché tramite le "aspettative autorealizzanti" e "l'effetto gregge", *), e questo fatto è ampiamente condiviso e dimostrato anche dalla recente indagine della Banca d’Italia che stimava il differenziale “giusto”, cioè coerente con i fondamentali economici, intorno ai 200 punti base (Banca d’Italia, 2012, Occasional Paper n.128), dimostrando così una volta per tutte l’incidenza di altri fattori difficilmente calcolabili su questo indicatore. 

(*)Nel mondo della finanza, quando molti operatori credono che un certo evento abbia alte probabilità di accadere secondo loro, scommettono sul fatto che accada, contribuendo così in misura determinante alla sua realizzazione (per esempio il fatto di credere che la Grecia possa lasciare l’euro può portare ad una pesante perdita di valore dei titoli greci perché molti investitori hanno condiviso la stessa idea o comunque si sono adeguati al timore della maggioranza degli operatori, nonostante magari non vi siano state notizie o dati negativi particolari che possono avere scatenato tale reazione quel determinato giorno). 
Questo comportamento rientra in un’ottica di self-fulfilling expectations o aspettative autorealizzanti ed è molto presente nel mercato finanziario (soprattutto in situazioni di instabilità) ed è spesso associato anche al c.d. effetto gregge, per cui le masse di operatori seguono tendenzialmente il trend di "scommessa" intrapreso dai grandi operatori
Si può inoltre concordare che quanto meno nel breve periodo questo comportamento è altamente destabilizzante, soprattutto in situazioni come quelle attuali e soprattutto se condotto dalle c.d. mani forti (cioè praticamente sempre) ossia gli operatori che movimentano grandi masse di denaro (per esempio le banche di investimento). 

Una seconda serie di elementi che intervengono sul livello di spread, ossia i fondamentali economici: crescita del PIL, crescita del debito pubblico, livello di inflazione, percentuale di disoccupazione, bilancia commerciale, produzione industriale (solo per citare i più importanti) e da un punto di vista temporale rientrano in un’ottica di medio-lungo periodo, sono quindi più costanti proprio perché gli indicatori che li rappresentano sono meno variabili nel breve periodo. 
Purtroppo però quando si è in situazioni di “contagio”, per cui non ci si fida più di molti Stati “debitori” e anche quelli considerati sani crescono a ritmi bassi, allora il fattore credibilità entra in gioco in maniera sproporzionata creando giorni di quiete e giorni negativi, a seconda del livello di insicurezza e di panico percepito dai mercati. In questi casi purtroppo le soluzioni che i mercati chiedono sono INCOERENTI col loro punto di vista temporale, per cui a problemi magari strutturali si chiede una risposta immediata (per esempio nuove riforme) che però mostreranno i loro effetti in un periodo più lungo, così che in seguito alla approvazione di misure ben volute dagli operatori è possibile che segua un periodo di tranquillità, dove lo spread diminuisce gradatamente, ma passato quello (che di solito non dura più di una o due settimane) basta poco affinché le aspettative negative ritornino preponderanti sulla scena ed eventuali notizie negative provenienti da altri contesti sicuramente accelerano sicuramente questo processo, nonostante sia stata appena varata una riforma o preso un provvedimento in tal senso. 
Questa incoerenza quasi paradossale rimarrà sempre tale e il conseguente effetto destabilizzante sarà sempre presente in situazione di notevole incertezza e aspettative negative, proprio per questo motivo negli ultimi mesi si sta agendo sul piano pratico e a livello europeo per limitare questa instabilità dilagante [...]




In conclusione: lo spread NON è assolutamente un buon indicatore, e per di più, nel caso europeo, non fa altro che distogliere l'attenzione dalle vere cause della crisi (non tanto quella finanziaria americana quanto quella che SEMBRA essere una crisi dei debiti pubblici dei PIIGS) concentrandosi quasi totalmente su fattori che riguardano solo lo Stato e il suo bilancio (e appunto la sua capacità di ripagare debiti) quali deficit, debito pubblico e disponibilità di cassa/ricorso al mercato.





mercoledì 24 aprile 2013

Uno sguardo alla Sanità [Parte Quinta]

Una volta esaminate debolezze e criticità del SSN è il caso di scendere più in profondità (a livello regionale), così da poter comprendere le singole situazioni (anche in ragione del fatto che la Sanità è pressoché di competenza costituzionale regionale) e confrontarle per capire dove intervenire.

Per fare una analisi di questo tipo senza esaminare ogni minimo dettaglio sanitario di ogni Regione conviene prendere come riferimento i LEA e i relativi indicatori necessari a confrontare e a dare una visione quanto più completa e comparabile possibile dei singoli sistema sanitari regionali.

E' perciò il caso di ritornare sull'argomento LEA, approfondendolo maggiormente.

Abbiamo detto che le prestazioni e i servizi inclusi nei LEA si suddividono in tre macro-aree, a loro volta composte dai relativi ambiti o sotto-aree:

  • Assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e di lavoro (profilassi delle malattie infettive e parassitarie, tutela della collettività e dei singoli dai rischi connessi con gli ambienti di vita anche con riferimento agli effetti sanitari degli inquinanti ambientali, tutela della collettività e dei singoli dai rischi infortunistici e sanitari connessi con gli ambienti di lavoro, sanità pubblica veterinaria, tutela igienico sanitaria degli alimenti, sorveglianza e prevenzione nutrizionale, attività di prevenzione rivolte alla persona come vaccinazioni obbligatorie e raccomandate, servizio medico-legale);
  • Assistenza distrettuale (medicina di base e pediatria di libera scelta in forma ambulatoriale e domiciliare, continuità assistenziale notturna e festiva, guardia medica turistica, assistenza farmaceutica erogata direttamente o attraverso le farmacie territoriali, assistenza integrativa (fornitura di alimenti dietetici a categorie particolari, fornitura di presidi sanitari ai soggetti affetti da diabete mellito, assistenza specialistica ambulatoriale, assistenza protesica (fornitura di protesi e ausili a favore di disabili fisici, psichici e sensoriali, assistenza domiciliare, consultori familiari, servizi di salute mentale, servizi di riabilitazione ai disabili, servizi a persone dipendenti da sostanze stupefacenti o psicotrope o da alcool, assistenza domiciliare a pazienti nella fase terminale, assistenza alle persone con infezione da HIV, residenze e centri diurni per persone anziane non autosufficienti, comunità terapeutiche e centri diurni per persone dipendenti da sostanze stupefacenti o psicotrope o da alcool, comunità terapeutiche e centri diurni per persone con problemi psichiatrici,  residenze e centri diurni per la riabilitazione di persone disabili, hospice per pazienti nella fase terminale, residenze per le persone con infezione da HIV, assistenza termale);
  • Assistenza ospedaliera (pronto soccorso, degenza ordinaria, day hospital, day surgery, interventi ospedalieri a domicilio - in base ai modelli organizzativi fissati dalle Regioni -, riabilitazione, lungodegenza, raccolta, lavorazione, controllo e distribuzione degli emocomponenti e servizi trasfusionali, attività di prelievo, conservazione e distribuzione di tessuti, attività di trapianto di organi e tessuti).

Il D.M. 12 dicembre 2001 si occupa di definire un set di indicatori per monitorare sia i livelli essenziali sia il contesto regionale.

A noi invece interessano i 27 indicatori elaborati dal Comitato LEA (per l'anno 2010, ultimo anno disponibile) per verificare l'adempimento e il mantenimento dei livelli minimi e per evidenziare punti forti e debolezze regionali.
Sommando i relativi punteggi (ponderati) si ha un indicatore globale che fornisce una misura del mantenimento dei LEA nella Regione di riferimento (esclusi Trentino, Friuli, Valle d'Aosta e Sardegna, di cui comunque solo la Sardegna sottoposta a Piano di Rientro).
Questa la situazione nel 2010:

  • Emilia, Umbria, Marche, Toscana, Veneto, Piemonte, Lombardia e Basilicata sono risultate adempienti;
  • Liguria e Abruzzo sono risultate adempienti ma con "impegno su alcuni indicatori";
  • Molise, Lazio, Sicilia, Calabria, Campania e Puglia sono risultate inadempienti.

Di queste, solo Lombardia, Umbria, Marche e Abruzzo presentano un sistema sanitario economicamente in pareggio (oppure con ricavi maggiori dei costi), su dati 2011, viceversa considerando anche le imposte pagate (poi utilizzate anche a tal fine), le uniche Regioni in rosso rimangono la Sardegna, Campania, Molise e Calabria.

Da questi due risultati (tecnico ed economico) si evince chiaramente che la ricchezza regionale è un fattore determinante per tenere in piedi il sistema sanitario regionale, perciò quasi tutte le Regioni più ricche riescono in un certo senso a cavarsela in questo modo (come suggerito qui).

Eppure non si spiega come mai anche confrontando le Regioni economicamente più ricche e stabili (per quanto riguarda la Sanità e la ricchezza pro capite) vi siano differenza notevoli in termini di gestione e mantenimento dei LEA. Buona parte delle differenze sarà dovuta sicuramente a fattori quali la mala gestione, la corruzione, lo spreco, l'eccessivo indebitamento e così via, però per esserne sicuri è meglio controllare cosa ne pensa la Corte dei Conti.
In realtà, al riguardo, troviamo sempre gli stessi problemi e gli stessi fattori che messi assieme creano una situazione sanitaria regionale critica. In sostanza il fattore "buon Governo" gioca un ruolo sicuramente importante, soprattutto a livello di stabilità economica, ma più in generale l'aumento generalizzato dei costi (drasticamente ridotto con la spending review), la mala gestione della spesa sanitaria (soprattutto al Sud), l'indebitamento degli enti sanitari o della Regione stessa (quasi una prassi consolidata fino a pochi anni fa, non per motivi di carenza di liquidità ma proprio per il fatto stesso di avere tale possibilità e disporre così di ancor più soldi a disposizione), nonché la ricchezza e la tassazione regionale hanno determinato una situazione singolarmente molto varia ma nel complesso instabile (perché le Regioni virtuose sono indirettamente chiamate a coprire le perdite delle altre).

Buona parte dei fattori indicati sono già presenti nella Parte Terza, o comunque la Parte Terza è sicuramente parte integrante di quest'ultimo paragrafo.

Molto banalmente questo è il contesto che ha determinato lo scenario negativo attuale. Era piuttosto evidente e di senso comune, però visto che la Corte dei Conti ce lo conferma, ora possiamo dimostrarlo "empiricamente". Ma soprattutto vige come al solito il "fattore Italia", per cui i soldi ci sono e la spesa è perfino inferiore ai livelli europei (nel caso Sanità) però viene mal gestita ed è nel complesso inefficiente.

giovedì 18 aprile 2013

Uno sguardo alla Sanità [Parte Quarta]

E ora i problemi...

Domanda di partenza: come ha fatto la spesa sanitaria ad andare così fuori controllo e il SSN a diventare così inefficiente in termini di tempi e prestazioni?

Quanto meno la vertiginosa spesa previdenziale (un'altra voragine di bilancio) aveva come giustificazione le ampie concessioni fatte dallo Stato che hanno mandato in malora i conti, ma nel caso della Sanità il colpevole non è altro che il solito lassismo delle Regioni (e dello Stato), che non si sono mai preoccupate di contenere attivamente tali spese per evitare scontri e contrapposizioni, nonché l'allungamento dell'aspettativa di vita nei paesi avanzati.

Questo non era difficile da capire ed è uniformemente accettato.

Situazioni ottimali e criticità nella Sanità (soprattutto da un punto di vista economicistico):
Innanzitutto la spesa è aumentata enormemente in un lasso di tempo piuttosto breve, passando da 48 mld nel 1995 ai 108 del 2012 che abbiamo già citato; ma soprattutto questo incremento è stato doppio rispetto al PIL (come dire che non è stato giustificato - e "coperto" - solo dalla crescita economica), infatti ad eccezione del 2007, 2010 e 2012 la variazione percentuale della spesa sanitaria sul PIL rispetto alla variazione del PIL stesso è sempre stata maggiore di quest'ultimo, e solo dopo le riduzioni effettuate tramite la spending review è stato rimesso in sesto l'incidenza di tale voce di spesa (al 7,1% del PIL nel 2011, ma prevista in diminuzione per via delle manovre effettuate fino al 6,87% del 2015).

In secondo luogo le differenze regionali sono enormi: sempre su dati 2011, vediamo che solo cinque Regioni riescono a mantenere in equilibrio il settore sanitario prima che vengano pagate le imposte dai cittadini (e sono Lombardia, Veneto, Umbria, Marche e Abruzzo); vi sono Regioni come Campania, Calabria e Molise che  sono state commissariate e presentano una situazione disastrosa anche dopo la copertura tramite le tasse; vi sono Regioni come la Sardegna e la Liguria che hanno recentemente completato il piano di rientro e sono uscite dal commissariamento, salvo il fatto che la prima è tuttora pesantemente in rosso, mentre la seconda riesce a rimanere a galla tramite le coperture; un caso a parte vale per il Lazio che ha un buco spaventoso, ma riesce a coprirlo grazie alle entrate.
Vale infatti un riferimento universale: le Regioni più ricche, proprio grazie alla ricchezza dei loro cittadini, riescono a coprire più facilmente i disavanzi generati dalla Sanità (dando l'impressione di avere i conti in ordine), e in secondo luogo il commissariamento produce risultati positivi (in termini di gestione di risorse) obbligando la Regione a riassestare i conti (anche se non è detto che una volta terminato la Regione non possa di nuovo intraprendere un percorso "pericoloso", si veda la Sardegna).

Per quanto concerne il valore di spesa in se, bisogna ammettere che la nostra situazione è ben messa rispetto agli altri paesi europei, con l'unica eccezione della Spagna che fa un "pelino" meglio di noi.

L’indebitamento complessivo rettificato per le partite debitorie infraregionali (costituito da mutui, debiti verso fornitori, debiti verso aziende sanitarie extra regionali ed altre tipologie d’indebitamento) ammonta nel 2010 a 53 miliardi di euro circa (52,9 al netto dei debiti verso aziende extra regionali); al suo interno le passività verso i fornitori costituiscono nettamente la voce di maggior peso, toccando nel 2010 i 35,6 miliardi di euro.
Su questo punto il decreto sblocca-pagamenti dei debito commerciali dello Stato servirà a migliorare un po' la situazione (anche se la presenza di poca liquidità e la presenza di debiti sanitari fuori bilancio ne rallenteranno l'efficacia in ambito sanitario).


Per quanto riguarda le singole voci della spesa sanitaria, i dati 2011 indicano una spesa di 36,1 mld per il personale, 34 mld di acquisto di beni e servizi (compresi accantonamenti e oneri diversi di gestione), 6,6 mld per la medicina di base, 9,9 mld per la farmaceutica convenzionata, 4,6 mld per le prestazioni di assistenza specialistica convenzionata e accreditata, 1,9 mld per le prestazioni private di assistenza riabilitativa, altri 1,9 mld per prestazioni integrative e per la protesica convenzionata e accreditata, 6,4 mld per altra assistenza da privati accreditati, 8,9 mld per l'assistenza ospedaliera privata. 
Il totale è leggermente più alto del livello di spesa indicato per il 2011 (107 mld circa) per via di minori finanziamenti dovuti ad interventi di legge.

Sempre per quanto riguarda la spesa in sé, le variazioni più significative arrivano in seguito alle misure di contenimento prese dal Governo Monti, in particolare sui consumi intermedi (una riduzione del 10% dei corrispettivi per l'acquisto di beni e servizi, con esclusione dei farmaci ospedalieri, e dei corrispondenti volumi d'acquisto per tutta la durata dei contratti già attivi, con la possibilità per le Regioni di adottare misure alternative di contenimento detta spesa; l‘obbligo, per le aziende sanitarie di rinegoziare con i fornitori i contratti per l‘acquisto di beni e servizi se i prezzi unitari sono superiori al 20% rispetto a quelli di riferimento; la fissazione del un tetto alla spesa per l'acquisto di dispositivi medici al 4,8%; la rideterminazione del tetto sulla spesa farmaceutica ospedaliera al 3,5% con la fissazione al 50% della quota di ripiano dello sfondamento del tetto a carico delle aziende farmaceutiche, ossia il c.d. payback), sulla spesa farmaceutica (all'interno delle prestazioni acquistate da produttori privati, in riduzione del 4,6% in seguito all'incremento dello sconto a carico dei farmacisti alla rideterminazione del tetto della spesa territoriale al 11,35%, con payback in caso di superamento), e le altre prestazioni (riduzione in misura percentuale fissa degli importi e dei corrispondenti volumi di acquisto di prestazioni di assistenza specialistica e ospedaliera da erogatori privati accreditati per ridurre la spesa complessiva annua dell'1% rispetto al 2011).

Dal 2001 in poi, fino ad oggi, si conferma la tendenza a realizzare ASL con bacini di utenza a livello provinciale (e nel caso delle Marche addirittura unico per tutta la Regione), così da determinare un evidente risparmio di costi (e a seconda della grandezza anche maggiore efficienza). 

Il problema dell'inflazione sanitaria: ossia una differenza sistematica (e superiore) dei prezzi della sanità rispetto alla variazione del livello generale dei prezzi. Tale differenziale dipenderebbe in  larga misura dai costi connessi con il progresso tecnologico e la rapida obsolescenza delle  apparecchiature sanitarie. 

I notevoli aumenti di prezzi e tariffe necessari per riordinare i conti della Sanità, combinati con i tempi abnormi e i diffusi casi di malasanità anche nelle Regioni del Nord, hanno incrementato negli ultimi anni la domanda di "Sanità" verso le strutture private, almeno per chi poteva; un risultato questo che è ovviamente accentuato nelle Regioni sottoposte a piani di rientro.

Come ciliegina finale è il caso ovviamente di citare un problema che noi cittadini sperimentiamo quotidianamente: i tempi biblici di attesa. Su questo punto non c'è molto da dire, ma molto semplicemente il sovraccarico di "codici bianchi" nei pronti soccorsi, dei pensionati allarmati dal medico di base e delle conseguenti prescrizioni continue per renderli meno ansiosi provoca un certo grado di intasamento per tutti quegli esami che vanno oltre il semplice controllo del sangue (ma anche sull'esame del sangue le cose non vanno certo per il verso giusto). 
Questo punto mi sento di definirlo il più evidente e fastidioso, e deriva sostanzialmente da una classica iper-domanda di salute che non viene soddisfatta in tempi congrui, visto il limite dell'offerta disponibile. C'è soltanto da aggiungere che molti hanno individuato un'altra causa, in parte sopra tratta, nella prescrizione di molti più esami di quelli necessari, anche per via di una tendenza (sempre più attuale) del medico a difendersi da potenziali critiche e casi di malasanità, evitando responsabilità di tipo penale e personale, ma sovraccaricando il sistema.